Boris Johnson è nella bufera per alcune sue dichiarazioni con cui ha, non troppo velatamente, accostato la resistenza dell’Ucraina alla guerra d’aggressione lanciata dalla Russia allo sforzo compiuto dal popolo britannico per votare a favore della Brexit nel 2016.

“So che è l’istinto del popolo di questo Paese, come del popolo ucraino, di scegliere la libertà, sempre”, ha detto Johnson nella giornata di ieri di fronte alla platea dei membri del Partito Conservatore riuniti a Blackpool per la convention primaverile. Di fronte ai colleghi Tory, il primo ministro britannico ha giustificando il paragone citando ad esempio la Brexit: “Quando il popolo britannico ha votato per la Brexit in così grande numero, non credo fosse perché era anche solo lontanamente ostile agli stranieri. È perché voleva essere libero di fare le cose in modo diverso e garantire che questo paese fosse in grado di gestirsi da solo”, ha aggiunto.

L’ex sindaco di Londra è capofila della manovra di contenimento decisa dall’Occidente e porta avanti una guerra economica e retorica aperta contro Vladimir Putin, depotenziando ogni tentativo di dialogo e confronto: nelle scorse giornate il governo di Sua Maestà ha schierato con forza l’intelligence a sostegno dell’Ucraina, ha mandato a Kiev armi pesanti anti-carro ed anti-aereo per impantanare Mosca e la sua avanzata, ha infine mobilitato la “mini Nato” della Joint Expeditionary Force per rafforzare il contenimento a Nord-Est. Intanto è iniziata la strategia di congelamento dei patrimoni detenuti a Londra dagli oligarchi russi come Roman Abramovich, che da inizio secolo a “Londongrad” hanno fatto affari d’oro. E Johnson ha più volte attaccato direttamente Putin, definito ieri un “pusher di gas” e un “criminale di guerra” contro cui promuovere una “nuova Norimberga” a guerra finita.


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Il paragone Brexit-resistenza ucraina appare dunque ancora più esagerato e controverso se pensiamo che nel discorso Johnson ha anche avuto modo di dire che quello odierno “è un momento di scelta per il mondo, di scelta tra libertà e oppressione. Se Putin avesse successo si darebbe il semaforo verde a tutti gli autocrati del mondo. La sua è stata una scelta catastrofica, che deve fallire”. Per il premier biografo di Winston Churchill questa fase è vista come il “momento Monaco” in cui chiamare a raccolta le democrazie e il mondo libero contro la tirannia. Dunque il peso del paragone è ulteriormente amplificato dalla guerra di nervi che Johnson conduce con Putin a colpi di dichiarazioni roboanti.

“A parte il fatto che votare in un referendum libero ed equo non è proprio la stessa cosa che rischiare la propria vita per difendere il proprio paese da un’invasione, c’è l’imbarazzante fatto che gli ucraini si battono per essere liberi di entrare nell’Ue”, ha scritto su Twitter un esponente di spicco del partito di Johnson, Lord Gavin Barwell. L’autorevole politico Tory, che è stato capo dello staff della premier Theresa May, ha aggiunto il fatto che nello stesso discorso Johnson ha spaccato l’unità nazionale dichiarando che in caso di governo a guida del Partito Laburista la sinistra inglese avrebbe alzato bandiera bianca di fronte a Putin, cosa ritenuta da Barwell falsa.

Critico delle parole di Johnson anche Rishi Sunak, che ricopre l’incarico di Cancelliere dello Scacchiere, ovvero l’equivalente di un ministro delle Finanze, nonché ritenuto leader più papabile per una successione a BoJo in caso di cambio della guardia a Downing Street. Interrogato da Sky News sulle parole del premier, Sunak ha sottolineato che “Brexit e la guerra in Ucraina non sono situazioni paragonabili“. E come prevedibile il fronte dei critici è trasversale. La cancelliera ombra del Partito Laburista, Rachel Reeves, ha liquidato l’uscita di BoJo definendo la comparazione “sgradevole e senza vergogna”. Durissimo il giudizio del leader dei liberaldemocratici Ed Davey, per il quale Ii primo ministro “è un imbarazzo nazionale”, dato che “paragonare un referendum con donne e bambini in fuga dalle bombe di Putin è un insulto a ogni ucraino”, ha sottolineato. Per il capo dello Scottish National Party a Westminster, Ian Blackford “le parole di Boris Johnson che paragonano la situazione pericolosa per la vita dell’Ucraina con la Brexit sono stati grossolane e sgradevoli e mostrano quanto i Tory siano pericolosamente ossessionati dalla Brexit”.

Anche dall’altra parte della Manica le uscite nei confronti di Johnson sono state decisamente critiche. Il politico polacco Donald Tusk, ex presidente del Consiglio europeo, ha twittato: “Boris, le tue parole offendono gli ucraini, i britannici e il buon senso”. La Polonia governata dagli avversari di Tusk, del Partito Diritto e Giustizia, si trova oggi in prima linea tra gli alleati di Johnson nel containment duro e puro alla Russia. Guy Verhofstadt, ex premier belga e capo negoziatore del Parlamento Europeo, rilancia: “paragone folle”.

La durezza retorica di Johnson si inserisce nel quadro di una situazione complessa sul piano interno. La crisi internazionale è stata la fase Falkland di Johnson, che come Margareth Thatcher quarant’anni fa ha sfruttato le tensioni globali per riprendere centralità politica in una fase di difficoltà. Il solco retorico del paragone estremo non è nuovo per BoJo: in un’intervista al Sunday Telegraph di sabato 14 maggio 2016 Johnson, sostenitore della prima ora e leader di fatto della campagna per l’uscita del Regno Unito dall’Ue, ha affermato a poco più di una settimana dal decisivo referendum che Bruxelles perseguiva lo stesso obiettivo perseguito dal regime nazista, cioè la creazione di un super stato europeo. E del resto BoJo è l’unico leader che fino ad ora ha mostrato radicalismo nelle parole e nei fatti. Il messaggio indigna e può apparire fuorviante e complesso, ma mostra chiaramente un dato di fatto: Johnson vuole riprendersi il Partito Conservatore parlando al cuore e ai sentimenti del suo elettorato. Riscaldare nello stesso discorso il richiamo alla minaccia russa e quella alla Brexit, a costo di una gaffe davvero fragorosa, significa per Johnson mandare un messaggio: è pronto a combattere, finita la fase emergenziale, per tenere in mano un partito che sino a poco tempo fa sembrava potesse sfuggirgli di mano.

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