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Le ultime 24 ore sono state caratterizzate dalla rottura degli indugi russi riguardanti la crisi in Ucraina: il presidente Vladimir Putin, ieri sera, ha firmato il decreto che riconosce le repubbliche separatiste di Donetsk e Luhansk e quasi contemporaneamente ha dato ordine a parte delle forze militari schierate lungo il confine di prepararsi a entrare nel Donbass per stabilirvi una “forza di pace” che metta fine ai combattimenti che perdurano sin dal 2014, e che negli ultimi giorni hanno raggiunto il loro parossismo.

La fine però è ben lungi dall’essere giunta per quanto riguarda la crisi ucraina in senso più generale, e possiamo affermarlo in base a motivazioni contingenti e di più lungo periodo.

La ricerca della stabilità parziale

Innanzitutto Kiev sembra non essere disposta ad accettare il fait accompli russo, tanto che il presidente dell’Ucraina, Volodymyr Zelensky, ha affermato di aver ricevuto oggi, dal ministero degli Esteri ucraino, la richiesta di interrompere le relazioni diplomatiche con la Russia. Zelensky inoltre ritiene che la decisione della Federazione Russa di riconoscere la sovranità delle Repubbliche Popolari di Donetsk e Luhansk (DPR e LPR) crei le basi legali per “l’ulteriore aggressione armata” russa. Il presidente ucraino ha anche definito “formazioni terroristiche” le due repubbliche separatiste, e il fatto di averne riconosciuto la sovranità si presenta, secondo Kiev, come “un nuovo atto di aggressione contro l’Ucraina”, che richiederebbe la decisa reazione dei partner internazionali e della comunità internazionale.

Il capo di Stato ha anche affermato che l’Ucraina si aspetta “una rapida risposta, aiuto e sostegno” dai paesi occidentali, che per ora si sono mossi – come ampiamente preventivato dagli stessi – solo dal punto di vista delle sanzioni economiche e commerciali: il vice consigliere per la sicurezza nazionale Jon Finer ha detto che gli Stati Uniti hanno pronto un pacchetto sanzionatorio che prevede un embargo economico verso le repubbliche separatiste del Donbass insieme ad altre sanzioni nei confronti di Mosca, stessa strada che prenderà l’Unione Europea con, in particolare, la Germania che ha bloccato la certificazione del gasdotto Nord Stream 2.

Sempre il vice consigliere Finer ha riferito, durante un’intervista alla Msnbc di questa mattina, che in caso la Russia dovesse proseguire nella sua avanzata in territorio ucraino, si assisterebbe a un maggiore invio di truppe e mezzi di Stati Uniti e Nato verso i confini orientali dell’Alleanza, certificando, una volta di più, la volontà di Washington e di Bruxelles di non essere coinvolti direttamente in un eventuale conflitto tra Kiev e Mosca. Qualcosa che, quindi, andrebbe esattamente contro la volontà della Russia che desidera allontanare il più possibile la presenza della Nato dai suoi confini, e che, paradossalmente, ha causato proprio alzando la tensione in questi mesi.

La Russia dopo la mossa sta cercando di stabilizzare la tensione diplomatica: da un lato il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha dichiarato che la rottura delle relazioni diplomatiche da parte Ucraina renderebbe le relazioni tra i due Paesi e popoli ancora più difficili, ed è “altamente indesiderabile”, dall’altro il Cremlino ha affermato chiaramente che la Russia riconosce le repubbliche popolari di Donetsk e Luhansk solamente entro i confini in cui si sono autoproclamate, allontanando quindi – per il momento – la possibilità che l’azione di peace keeping possa estendersi a tutti e due gli oblast omonimi.

Il ricorso alla forza non è ancora scongiurato

Si tratta però solo di una mossa diplomatica dettata dalle attuali contingenze, a nostro giudizio: stamane il leader della Repubblica Popolare di Donetsk, Denis Pushilin, ha affermato di non avere prove a sua disposizione che Kiev abbia rinunciato all’intenzione di lanciare un’offensiva nel Donbass. In particolare, Pushilin ha affermato che “la debita attenzione deve essere prestata non solo agli eventi nelle repubbliche popolari di Luhansk e Donetsk, ma anche in altre regioni essenzialmente russe”.

Certamente si tratta di una questione che il leader separatista ha portato alla luce sulla scorta di quanto accaduto nei giorni scorsi fino a ieri sera, però non è da sottovalutare la possibilità che l’operazione russa di messa in sicurezza del Donbass possa allargarsi avendo come giustificazione proprio la minaccia di un attacco ucraino, ma soprattutto la necessità di tutelare la popolazione russofona presente in Ucraina.

La questione, come dicevamo, non è ancora chiusa, soprattutto per una questione più strategica e meno contingente, quindi slegata dal Donbass: il problema principale di Mosca non è la sicurezza o il presunto genocidio nelle repubbliche di Luhansk e Donetsk, non sono nemmeno i missili antimissile del sistema Aegis Ashore statunitense presenti in Romania (a Deveselu) e che presto si vedranno in Polonia (a Redzikowo), perfino l’espansione a est della Nato, che non è certo cominciata ieri o la scorsa primavera quando abbiamo assistito alla prima vera escalation per l’Ucraina, non è il problema principale.

Il problema principale, per il Cremlino, è la stessa Kiev da quando è passata sotto l’influenza occidentale, andando così a erodere la già limitata sfera di influenza – o per meglio dire di sicurezza – russa in Europa Orientale. Pertanto finché a Kiev resterà un governo filo-occidentale, finché ci saranno governi ucraini che mettono per iscritto, nei documenti ufficiali di sicurezza nazionale, che la minaccia esistenziale è rappresentata dalla Russia, finché quindi l’Ucraina non tornerà, in un modo o nell’altro, sotto controllo russo, ci sarà sempre il pericolo di un’operazione militare di qualche tipo, magari rivolta essenzialmente al rovesciamento del governo Zelensky.

Del resto il presidente Putin, proprio durante il suo discorso di lunedì sera, si è profuso in un lungo excursus storico sulla comunità di destino russo-ucraina, sottolineando come, durante il periodo sovietico, ci siano state delle decisioni politiche “sbagliate” che hanno distinto i due popoli in quelle che sono diventate due nazioni, ribadendo, ancora una volta, il fatto che la Crimea, prima di Chrushev, fosse parte integrante della Russia.

Vero è che il capo di Stato ha affermato che la Russia ha assicurato l’assistenza all’Ucraina post dissoluzione dell’Unione Sovietica “rispettando la dignità e la sovranità” del Paese, ma ha anche affermato che le autorità ucraine hanno cominciato a costruire la loro statualità “sulla negazione di tutto ciò che unisce gli ucraini a noi, cercando di distorcere la mentalità e la memoria storica di milioni di persone, di intere generazioni che stanno vivendo in Ucraina”. Quella che per il Cremlino è una falsa distinzione tra Russia e Ucraina è ancora più percepibile quando il presidente Putin afferma che “l’Ucraina, in realtà, non ha mai avuto delle tradizioni stabili di reale statualità” pertanto sta prendendo corpo – ma forse è solo la certificazione ultima di questo fenomeno – l’inevitabilità della confluenza – o del ritorno se ci mettiamo dal punto di vista russo – dell’Ucraina in seno alla “grande madre Russia”. Qualcosa che Mosca sembra avere messo in agenda e che intende perseguire, in un modo o nell’altro.

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