Lo Stato Islamico ha una forza intrinseca che è quella di potersi espandere e replicare in ogni area del mondo. In Asia, in particolare, il Califfato, pur avendo ormai perso il controllo della Siria e dell’Iraq, può contare sulla rifondazione in altre aree del continente, in particolare quelle già pronte o già solcate dallo jihadismo. Il Pakistan e l’Afghanistan sono tra questi Paesi. Paesi molto diversi, ma uniti, nei progetti bellici dell’Isis, per formare quella che è nota come la provincia del Khorasan: un’enorme area comprendente le due nazioni, più altre aree dei Paesi vicini e che rappresenterebbe l’ennesimo avvicinamento all’Iran e alla Russia, ma questa volta dal lato orientale di Teheran.

L’obiettivo dello Stato Islamico è evidente: conquistare Paesi come Pakistan e Afghanistan significa mettere le mani sulla stabilità dell’Asia Centrale. Un progetto complesso, perché gli interessi che percorrono tutta l’area sono molto forti e vanno a toccare in particolare tutte le grandi potenze dell’Eurasia, dalla Russia alla Cina all’India. Tuttavia, i recenti attentati in Pakistan e Afghanistan e la conquista delle roccaforti di Al Qaeda da parte dell’Isis, dimostrano come l’interesse delle frange legate al Califfato siano forti anche in questi territori. L’ombra degli eredi di Al-Baghdadi si è ormai estesa a entrambi gli Stati ed è facile puntare al contagio. Il terreno è particolarmente fertile in Afghanistan, reso tale da anni di guerra infinita tra l’Occidente e le frange estreme dei Talebani e di Al Qaeda, e propiziato dall’assenza di uno Stato che possa garantire il controllo dell’area. Ma non è da sottovalutare la capacità di penetrazione del Daesh in un Paese più solido, ma altrettanto complesso, come il Pakistan.

In Pakistan, l’avanzata del Califfato è un misto di incorporamento di vecchie frange radicali e reclutamento di nuove leve nel jihad globale. Qui, soprattutto nelle aree metropolitane, l’attrazione del Daesh è particolarmente forte e sono già migliaia i giovani che sono stati reclutati dallo Stato Islamico per imbracciare le armi dentro e fuori il Pakistan. Per molti mesi, il governo pakistano ha cercato di minimizzare il problema, quasi giungendo a negare che il Paese avesse un problema reale ed effettivo rappresentato dallo Stato Islamico. Ha deciso di cambiare atteggiamento soltanto dal 2014, quando l’acuirsi degli attentati terroristici di matrice Daesh aveva ormai sollevato il velo dell’ipocrisia dei militari del Paese sull’assenza della minaccia. La minaccia c’era, anzi, si era trasformata in qualcosa di molto profondo.

Il governo pakistano ha perso tempo, mentre avrebbe potuto stroncare sul nascere l’avanzata dell’Isis. Invece, la volontà di Islamabad di crearsi una quasi totale autonomia nei rapporti geopolitici del continente, e l’incapacità di tessere una rete di alleanze solide nell’area dell’Asia Centrale, ha lasciato il campo a una serie di vuoti in cui l’Isis si è saputo inserire perfettamente. La diffidenza del Pakistan per qualunque attore dell’area centroasiatica, se ha permesso al Paese di ritagliarsi un proprio spazio indipendente, ha di fatto reso impossibile una convergenza d’intenti contro il terrorismo islamista.

Con Kabul, i rapporti non sono mai stati idilliaci e, oggi, oltre alla devastazione dell’Afghanistan grazie a una guerra infinita della coalizione internazionale, pesano le diffidenze tra l’uno e l’altro Paese, complici le accuse reciproche di ospitare i nemici del governo. Con gli Stati Uniti, un tempo più che alleati del Pakistan, sia sotto il profilo economico che militare, i rapporti sono al ribasso, e questo induce gli analisti a credere che Islamabad non avrebbe il supporto necessario da parte di Washington per contrastare la minaccia jihadista. Per troppo tempo gli Stati Uniti hanno sfruttato il Pakistan violando lo spazio aereo con aerei e droni e usando i commando per attaccare le postazioni qaediste: tutto questo ha fatto sì che a Islamabad si creasse una volontà di ridefinire le relazioni con la Casa Bianca su rapporti più paritetici.

Supporto che, al contrario, sembra che Islamabad abbia ottenuto dalla Cina, grazie alla volontà cinese di investire sul territorio pakistano in virtù della nascita del One Belt One Road. Pechino negli anni si è ritagliata uno spazio fondamentale nella geopolitica pakistana, e ha strappato Islamabad dall’orbita americana per condurlo verso quella cinese con una serie di azioni di aiuti economici mescolati a iniziative di espansione della struttura militare cinese. Il porto di Gwadar è la testimonianza più eclatante di questa solida alleanza fra Pechino e Islamabad e c’è chi dice che molte operazioni militare del governo pakistano contro i jihadisti siano state supportate, almeno politicamente, dal governo cinese. Pechino ha del resto tutto l’interesse affinché il Pakistan sconfigga la minaccia del Daesh nella regione, se non vuole che le frange radicali uigure si alleino con quelle islamiste del nord del Pakistan e dell’Afghanistan per formare una cintura terroristica che danneggi il suo fronte occidentale.

In tutto ciò, non va dimenticato il ruolo che può assumere uno degli attori fondamentali della geopolitica islamica dei nostri giorni: l’Arabia Saudita. Dai tempi del finanziamento ai mujahedin, fino ai nostri giorni con il supporto alla frangia Haqqani e al wahabismo nel Paese, l’Arabia può competere con gli altri attori nella stabilità o instabilità del Pakistan, rendendo ancora più evidente come l’importanza di Islamabad nel futuro dello Stato Islamico sia tutt’altro che secondaria.

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