Secondo i risultati diffusi martedì delle elezioni generali libanesi svoltesi domenica 15 maggio, Hezbollah, il “Partito di Dio” e organizzazione paramilitare sciita, e i suoi alleati, hanno perso la maggioranza in parlamento, che detenevano dal 2018. Dalle elezioni è emersa la rabbia che il popolo prova nei confronti dell’élite al governo libanese e i risultati sono sintomo di un significativo cambiamento in atto in un Paese colpito da una devastante crisi finanziaria.

Il Libano è una repubblica parlamentare unicamerale, per cui il parlamento è eletto secondo delle regole ben definite: metà cristiana, metà musulmana, il presidente deve essere un cristiano maronita, il primo ministro un musulmano sunnita e il presidente del parlamento un musulmano sciita. Il nuovo parlamento dovrà infatti nominare nelle prossime settimane un primo ministro e formare il nuovo governo per poi attuare riforme economiche e strutturali per risanare l’economia libanese. Sarà votato anche il presidente del Paese nel mese di ottobre.

La coalizione guidata da Hezbollah ha ottenuto 62 seggi su 128, meno dei 65 necessari per ottenere la maggioranza, rispetto ai 71 del parlamento uscente. Il Free Patriotic Movement (Fpm), alleato di Hezbollah nonostante si tratti di un movimento cristiano, è stato superato dai suoi oppositori che nel mentre hanno guadagnato terreno. Hezbollah e il gruppo Amal, suo principale alleato sciita, del presidente del Parlamento Nabih Berri, hanno mantenuto i 27 seggi assegnati al gruppo sciita. Altri alleati di Hezbollah hanno invece perso i loro, come il leader druso Talal Arslan ed Aley e il leader sunnita Fausal Karame a Tripoli.

Le Forze libanesi, partito cristiano tra i più critici nei confronti di Hezbollah, guidati da Samir Geagea, esponente della destra cristiana, possiedono attualmente il blocco più numeroso in parlamento con 19 seggi, superando il Fpm, che ora detiene 17 seggi, tre in meno rispetto al voto precedente.

Sono 16 i candidati indipendenti anti-establishment che hanno ribaltato l’ordine in parlamento, registrando un aumento di 15 seggi rispetto al 2018. Un risultato che assume un valore aggiunto dalle intimidazioni e le minacce che hanno dovuto affrontare da parte dei partiti tradizionali radicali. La loro vittoria è un messaggio rivolto ai politici della classe dirigente, che per lungo tempo non è riuscita a smuovere la situazione del Paese, che ha visto un tracollo economico tale da impoverire notevolmente la popolazione. I politici riformisti sono peraltro nati durante le proteste antigovernative del 2019 ed è per questo che la loro vittoria rappresenta un grande cambiamento.

Le proteste del 2019 e il crollo economico

Dall’ottobre 2019, soprattutto nella città di Beirut, ci sono state proteste contro il governo e numerosi scontri tra i manifestanti e la polizia. Le insorgenze sono state definite le più grandi degli ultimi anni e sono continuate nonostante l’approvazione di alcune riforme o dopo le dimissioni del primo ministro Saad al-Hariri.

Motore delle manifestazioni è stato il piano del governo di imporre nuove tasse su beni e servizi come tabacco, benzina, telefonate via internet; era stata posta ad esempio una tassa di 20 centesimi al giorno per le chiamate vocali fatte su Whatsapp. Nonostante la proposta sia stata ritirata, le proteste non si sono fermate. I manifestanti chiedevano un governo integralmente tecnico, che il presidente Michel Aoun ha rifiutato, sostenendo che non avrebbe potuto funzionare. Il popolo è sceso nuovamente per le strade del Paese dopo l’affermazione del presidente e dopo l’uccisione di un funzionario locale di un partito politico libanese mentre protestava. Le manifestazioni sono state generalmente pacifiche, nonostante in alcune zone ci siano stati scontro con la polizia e con i sostenitori di Aoun.

La risposta delle banche libanesi è stata quella di imporre restrizioni sui trasferimenti finanziari all’estero per evitare la fuga di capitali. Le banche erano state già chiuse quando le proteste erano iniziate. Il ministro dell’Istruzione, invece, aveva deciso di chiudere scuole e università. Ci sono stati anche scioperi tra il personale ospedaliero.

A partire dal 2019, il Libano ha vissuto un tracollo senza precedenti: da un salario minimo di 450 dollari si è passato nel 2021 ad un valore di 70. Gli esperti della Banca Mondiale l’hanno definita “tra le più gravi sul nostro Pianeta dalla metà dell’Ottocento”. Code infinite ai distributori di benzina, continui tagli alla rete elettrica nazionale, svalutazione della moneta locale, mancanza di medicine e beni essenziali e supermercati chiusi ne sono una chiara testimonianza.

In questo scenario, l’esplosione al porto di Beirut: 4 agosto 2020, tremila tonnellate di nitrato d’ammonio, che giacevano da oltre sette anni in un hangar abbandonato nella zona commerciale del porto, sono esplose. 200 i morti, oltre 7mila i feriti e circa 300mila gli sfollati. Esclusa l’ipotesi di un attentato, si è stabilito che si era trattato di un incidente. L’evento ha contribuito a consolidare l’atmosfera di paura e precarietà nel Paese.

I libanesi hanno cominciato a denunciare la corruzione dei loro politici, ritenendoli sempre più pericolosi per la sicurezza del paese. Negli ultimi tre anni il tasso di povertà in Libano è passato dal 42% all’82%, su una popolazione di circa 4,5 milioni di persone. Il peggioramento delle condizioni economiche ha quindi spinto i libanesi a diffidare dai partiti tradizionali. E dallo scoppio della guerra in Ucraina è diventata anche la crisi del grano.

Il 90% delle importazioni libanesi di grano e olio da cucina provengono infatti da Ucraina e Russia. I combattenti in Ucraina nei porti meridionali del Paese hanno bloccato le spedizioni e le importazioni dalla Russia sono state ostacolate dalle sanzioni finanziare imposte da Mosca. Per non parlare dell’aumento dei prezzi ufficiali del carburante del 33% dopo l’invasione russa in terra ucraina. Fattori che hanno contribuito al peggioramento della crisi economica del Libano. Le Nazioni Unite hanno accusato i politici e le istituzioni finanziarie di “violazione dei diritti umani”.

L’affluenza ai voti

La percentuale dei votanti registrata è stata del 41%. Se a Beirut est, a maggioranza cristiana, le strade il giorno delle elezioni erano deserte, nelle strade di Beirut ovest, enclave sciita, una folla di elettori accompagnata da delegati elettorali di Hezbollah e Amal si è diretta verso le urne a suon di inni militareschi. Sono stati inoltre registrati degli episodi di violenza tra schieramenti rivali nelle zone periferiche del Paese, si è parlato di alcune decine di feriti lievi.

L’affluenza alle urne non teneva però conto del voto dei libanesi all’estero. Ci sono quasi 15 milioni di libanesi fuori dal Paese e dal 2017 la legge elettorale prevede la possibilità di votare per i libanesi all’estero su tutti i seggi del parlamento, mentre precedentemente si poteva votare solo per i 6 seggi riservati ai candidati all’estero.

Negli Emirati Arabi Uniti risiede circa 100 mila libanesi e secondo i dati del ministero degli Esteri libanese sono andati alle urne 18mila libanesi, registrando un picco d’affluenza notevole. Non è possibile prevedere se questi risultati possano rappresentare una salvezza per il Libano, ma i voti del popolo lasciano ben sperare.

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