Il caos continua a dilagare in tutto il mondo. Da Est a Ovest, le proteste coinvolgono tutti i continente e l’instabilità regna sovrana in qualsiasi Paese dove ogni miccia può portare a un’esplosione. Quella è in corso sembra essere una vera e propria Primavera che ha colpito diverse parti del mondo, ma se sono diverse le motivazioni e le radici di questo malessere che si trasforma in rivolta, l’impressione è che ci sia un filo conduttore che unisce Baghdad, Hong Kong, Beirut, Santiago del Cile e Barcellona. Ed è proprio la globalizzazione, che fa sì che esistano modelli unici, obiettivi condivisi e caratteristiche comuni: da oriente a occidente.

Innanzitutto è comune lo stile. Una rivolta tendenzialmente giovane e che nasce da motivazioni apparentemente piccole rispetto al grande male che fa da sottofondo alla protesta. Un aumento irrisorio dei biglietti dei mezzi pubblici, una sovrattassa sulle telefonate di Whatsapp bastano a far esplodere una protesta violenta e quasi rivoluzionaria, con migliaia di persone che riprendono la via della protesta di piazza e invadono le strade al pari di un processo contro i leader indipendentisti e la sfiducia verso un governo. Tutto è passibile di essere interpretato come l’inizio del caos, del disordine, della furia. E i governi appaiono non solo deboli ma del tutto incapaci di dare risposte certe. in balia della protesta, completamente annichiliti di fronte a una protesta che fino a qualche settimana prima appariva del tutto fuori discussione e che invece assume connotati simil-rivoluzionari nel giro di pochissime ore, andandosi a incastrare in crisi politiche e sistemiche che aspettano solo il momento giusto per esplodere del tutto come un vulcano che cova magma da anni.

I governo restano attoniti, con i loro leader che di punto in bianco si ritrovano deboli e soprattutto incapaci di reagire. Ma se da una parte i capi di Stato e di governo mostrano tutte le debolezze di sistemi che non riescono più a rappresentare le istanze del popolo, dall’altra parte quello che accomuna queste proteste è soprattutto l’assenza di un leader. In nessun caso qualcuno si erge come guida delle rivolte. Non è accaduto ad Hong Kong, dove nessuno si è messo alla testa delle persone che da ormai da mesi protestano contro il governo centrale di Pechino. Non è accaduto in Libano, dove la protesta di queste settimane ha portato Saad Hariri a dimettersi. Non è accaduto in Catalogna, dove i leader separatisti incarcerati sono stati il volano della rivolta in strada ma non guide delle proteste. E così è avvenuto anche in America Latina, dove a parte rarissimi casi di capi di partiti di opposizione, nessuno ha dato il la alle rivolte che hanno coinvolto Bolivia, Cile ed Ecuador. Caos senza guida. Fiume di persone senza leader. Violenze senza matrice e senza regia ma destinate a creare un clima di instabilità che dà l’idea che qualsiasi governo sia adesso incapace di reggere l’onda d’urto della protesta.

E questa assenza di leader lo dimostra anche un’altra caratteristiche che accomuna ogni protesta: la maschera. Non c’è un leader, non c’è una bandiera di partito, non esiste una regia, ma c’è un simbolo che diventa di punto in bianco il vero volto di una protesta che non ha volto. I manifestanti non vogliono essere ripresi in volto, forse per paura delle schedature e degli arresti, ma forse anche per riprendere quel sentimento di unità, di divisa, che avrebbero avuto se fossero stati sotto un’unica bandiera che non sia quella esclusivamente nazionale. Tutti hanno una maschera da poter indossare quando scendono in strada. Per i libanesi è Joker, per Hong Kong sono varie maschere che vanno da quelle dei cartoni animati a quelle, più tipiche del protagonista di V per Vendetta. In America Latina si fa riferimento a diavoli o essere demoniaci, così come a maschere con i teschi o di personaggi di fantasia. Mentre in altre parti del mondo, specie in Europa, se non c’è una maschera c’è un’uniforme come quando a Parigi e in tutte le città della Francia è esplosa la protesta dei gilet gialli.

Nessuna ideologia, solo una bandiera (quella nazionale), nessun capo e possibilmente a volto coperto. Una rivoluzione senza volto. Quasi anonima e senza personalizzazione. Un fiume di protesta senza leader che però ha un duplice risvolto: positivo ma anche negativo. Nell’immediato raccoglie consenso trasversale, ma subito dopo non c’è una guida o un movimento o un partito che sia in grado di incanalare il senso di protesta. Tutto diventa liquido, come la società che oggi queste proteste rappresentano. Tutto diventa privo di legami, capace di sciogliersi ma di tornare a combattere, per poi dileguarsi. Un’onda che travolge ma che non costruisce: come avevano insegnato i gilet gialli.

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