A metà agosto il Qatar ha annunciato il ripristino delle relazioni diplomatiche con l’Iran. Più che significativa la motivazione: «Lo Stato del Qatar ha espresso la sua aspirazione a rafforzare le relazioni bilaterali con la Repubblica islamica d’Iran in tutti i campi», si legge nel comunicato ufficiale.

Uno sviluppo imprevisto del conflitto innescato dall’Arabia saudita e dai Paesi del Golfo prossimi a Ryad, che nello scorso giugno hanno rotto le relazioni diplomatiche con Doha, accusata di sostenere il terrorismo.

A promuovere l’iniziativa è stato il principe ereditario saudita Mohamed Bin Salman, il quale si proponeva di porre fine all’attivismo qatariota e soprattutto a quello della Fratellanza musulmana, che in Doha ha un punto di riferimento importante.

L’iniziativa del principe intendeva dare maggiore concretezza alla cosiddetta Nato sunnita, organismo militare e geopolitico che egli vorrebbe posto sotto la stretta tutela saudita. Prospettiva che non prevede quindi un ruolo né per il Qatar né per la Fratellanza, se non di subalternità.

Bin Salman sperava in una resa immediata del piccolo Stato del Golfo. Non è andata così: Il Qatar ha trovato sostegno insperato nell’Iran, che gli ha consentito di resistere e con il quale ora si propone di sviluppare rapporti più ampi.

Non solo il Qatar. A metà agosto il Capo di Stato maggiore iraniano, il generale Mohammad Hossein Bagheri, ha visitato la Turchia; una vista che i media turchi e iraniani hanno indicato come una svolta, dal momento che i due Paesi sono da tempo in contrasto.

Il riavvicinamento tra Ankara e Teheran è uno sviluppo quasi necessario del riposizionamento del Qatar, stante che la Turchia ha solidi legami con Doha e che il presidente Recep Erdogan deve alla Fratellanza la sua fortuna politica.

Insomma, il braccio di ferro innescato dai sauditi si è rivelato controproducente, dal momento che ha posto le basi per una imprevedibile alleanza tra Iran, faro dell’islamismo sciita, e Qatar e Turchia, Paesi di riferimento dei Fratelli musulmani, sunniti.

Difficile prevedere i frutti dell’alleanza tra Doha e Teheran, più facile immaginare gli sviluppi del nuovo legame tra Turchia e Iran. 

I due Paesi, infatti, condividono il timore per l’attivismo curdo, che in Iraq dovrebbe concretizzarsi nella creazione di uno Stato indipendente, l’attuale Kurdistan, attraverso lo svolgimento di un referendum ad hoc, fissato dalle autorità curde per metà settembre.

Erdogan non ha mai nascosto la sua contrarietà a tale progetto, stante che uno Stato curdo ai confini turchi sarebbe foriero di moti disgregativi nel suo Paese (almeno questo è il suo timore).

Una contrarietà condivisa dal governo di Baghdad, i cui legami con l’Iran sono più solidi che mai, che non può accettare la secessione della regione.

L’azione di contrasto turca all’indipendentismo curdo si sviluppa anche nel teatro di guerra siriano, dove i curdi sono frazionati in diverse milizie.

Parte importante di tali fazioni oggi operano in coordinato disposto con gli Stati Uniti, e la loro azione di contrasto all’Isis, che occupa parte del Paese, si sta svolgendo a detrimento dell’azione parallela portata dal governo di Damasco (che conserva solidi legami con Teheran).

L’azione dalle milizie curde sta creando all’interno del territorio siriano aree di autonomia di incerto destino, anche se certe sono le basi americane che vi si stanno installando a presidio futuro. 

Ma la questione curda è solo un tassello del conflitto siriano, che è stato il tema centrale dei colloqui sostenuti ad Ankara dal generale iraniano.

Oggi la guerra siriana vive in un momento cruciale e si concentra sul destino di due città chiave: Deir Ezzor e Idlib. La prima, sotto il controllo di Damasco e da tempo assediata dall’Isis, è prossima alla liberazione da parte dell’esercito siriano; la seconda è da anni sotto la tutela della Turchia, che sostiene i miliziani che la controllano.

Sembra che nell’incontro di Ankara si sia «risolto» il nodo di Idlib, almeno a quanto si legge su al Monitor, sito ben informato sulle cose del Medio oriente, che riporta quanto riferito da fonti altrettanto ben informate di Ankara. Se vero, sarebbe una svolta reale del conflitto.

Ma al di là dei particolari, la visita di Hossein Bagheri ad Ankara indica chiaramente che il Medio oriente vede un nuovo protagonismo di Teheran, uscita vincitrice dalla guerra che gli è stata mossa contro, attraverso interposte milizie, dall’Arabia Saudita e dai suoi alleati, arabi e occidentali (il regime-change in Siria era solo una tappa: l’obiettivo finale era l’Iran).

Non solo, Teheran ha trovato un inaspettato profitto dai conflitti interni al mondo arabo sunnita, che gli ha consegnato nuovi alleati: la Turchia, appunto, e il Qatar. Uno sviluppo impensabile solo tre mesi fa, che manda in crisi la narrativa egemone riguardante lo scontro interno al mondo arabo, fondata finora sul conflitto tra sunniti e sciiti.

Il nuovo ruolo di Teheran in Medio oriente rende nervoso il governo israeliano, tanto che il 23 agosto Netanyahu è volato a Mosca per rappresentare i propri timori riguardo la sicurezza del suo Paese.

Una visita che non sembra aver rassicurato il premier israeliano, presumibilmente perché Putin giudica prematuro intavolare trattative di così alto livello con la guerra ancora in corso e con il Califfato ancora incistato in Iraq e Siria.

Al nervosismo di Tel Aviv fa eco quello dei neocon americani, che per contrastare l’Iran stanno spingendo per mandare all’aria l’accordo sul nucleare realizzato sotto l’amministrazione Obama, ritenuto la causa dell’attuale attivismo di Teheran.

Ironico che i neocon, principali artefici del nuovo ruolo di Teheran in Medio Oriente, che deriva appunto dalle spinte destabilizzatrici da esse prodotte nella regione (invasione Iraq, guerra siriana), si propongano come protagonisti della risoluzione del complesso rebus mediorientale. 

Far decadere l’accordo sul nucleare iraniano, infatti, al di là della pretestuosità delle motivazioni, non solo provocherebbe altre spinte destabilizzanti, ma non fornirebbe affatto le rassicurazioni richieste da Tel Aviv.

Serve un negoziato di alto livello, non solo tra gli attori regionali del conflitto, ma anche tra le potenze che in questi anni vi hanno partecipato a vario titolo. Anzitutto Stati Uniti e Russia.

Ciò presuppone che l’amministrazione americana sia lasciata libera di trattare con Mosca, cosa che i neocon stanno ostacolando in tutti i modi mettendo alle strette il presidente Trump (che anche in questi giorni ha rilanciato la volontà di stabilire un rapporto meno conflittuale con Putin).

Il fatto che Netanyahu, non certo un filo-russo, abbia voluto incontrare Putin indica chiaramente l’imprescindibilità di tale prospettiva.

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