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Il pericoloso gioco tra Stati Uniti, Nato e Russia per l’Ucraina, non deve essere letto esclusivamente come una questione europea, ma globale. Esiste infatti un terzo attore che, sebbene non palesemente implicato nella questione, ha in realtà dei legami fondamentali con due di questi protagonisti: la Cina.

Pechino, che ha abbracciato Mosca dopo che questa è stata messa sempre più all’angolo dall’Occidente a seguito del colpo di mano in Crimea e la conseguente destabilizzazione dell’est ucraino, in cui è presente, da quel lontano 2014, uno dei tanti “conflitti congelati” che si possono ritrovare nella zona periferica della Russia, ha in Kiev un partner commerciale molto importante nel quadro della Belt and Road Initiative (Bri) ma non solo.



Come abbiamo già avuto modo di affermare, i ministeri degli affari Esteri di Ucraina e Cina hanno concordato un meccanismo di comunicazione più snello, che potremmo definire quasi come una “unità di crisi”, per discutere questioni di cruciale importanza per gli interessi di entrambi i Paesi. Inoltre il governo cinese ha riaffermato la sua disponibilità ad assistere Kiev nel superare l’emergenza pandemica, in particolare concordando una licenza di esportazione per diversi milioni di dosi di vaccino. Le parti hanno inoltre convenuto di elaborare un pacchetto di provvedimenti sulla liberalizzazione degli scambi tra Ucraina e Cina e di intensificare i contatti interpersonali. Parallelamente Pechino, che si è appiattita sulle posizioni del Cremlino riguardanti l’espansione a Est della Nato, non riconosce l’annessione russa della Crimea sostenendo il principio di unità territoriale (applicabile alla questione di Taiwan).

Ciononostante l’innaturale amicizia tra Russia e Cina si va rinsaldando di pari passo con l’acuirsi della crisi tra Occidente e Oriente, ora vista in senso più globale come scontro tra il blocco filostatunitense e quello composto dal binomio Mosca-Pechino.

Sanzioni Usa anche a Pechino se sosterrà Mosca

Proprio in questo senso le recenti parole del consigliere per la Sicurezza Nazionale Usa, Jake Sullivan, sul possibile intervento cinese nella crisi ucraina suonano come un monito per chi si ostina a considerare le questioni europee slegate da quelle estremo orientali. Sullivan, la scorsa domenica, ha avvertito che potrebbero esserci dei costi anche per la Cina, se il Paese dovesse in qualche modo sostenere l’invasione russa dell’Ucraina.

L’affermazione del consigliere della Sicurezza Nazionale arriva, non a caso, pochi giorni dopo che il presidente russo Vladimir Putin e il suo omologo cinese Xi Jinping si sono trovati fianco a fianco alla cerimonia di apertura delle Olimpiadi di Pechino. In particolare la dichiarazione congiunta rilasciata in quella occasione dai due leader affermava che “l’amicizia tra i due Stati non ha limiti” e che “non ci sono aree di cooperazione proibite”. Si tratta ovviamente di linguaggio diplomatico condito da una buona dose di propaganda, in quanto esistono dei limiti molto chiari a questa “luna di miele” tra Russia e Cina: ad esempio la condivisione dell’ombrello atomico russo, la cooperazione con l’India, fondamentale per Mosca ma rivale regionale di Pechino, e soprattutto le questioni legate all’oriente russo, dove una Cina sempre più invadente preoccupa il Cremlino.

Un fil rouge tra oriente e occidente

Occorre ricordare che Russia e Cina non sono “alleati” nel senso tradizionale del termine, sebbene il presidente Xi Jinping abbia descritto le relazioni bilaterali come “più che alleate”, ma questo non implica in alcun modo che uno dei due Paesi sia disposto a combattere, sacrificarsi e potenzialmente persino morire in difesa dei legittimi interessi di sicurezza dell’altro.

È però indubbio che ci sia un fil rouge che va da Tawian/Mar Cinese Meridionale sino all’Ucraina, e questo è rappresentato dalla medesima volontà della Cina e della Russia di contrastare gli Stati Uniti. Non è più possibile pertanto affrontare i due fronti separatamente: qualsiasi azione in uno, avrà delle implicazioni sull’altro e viceversa. Se, nella peggiore delle ipotesi, si arrivasse a uno scontro armato tra Nato e Russia, innescato magari da un “errore di valutazione” o da un qualche incidente durante la possibile invasione dell’Ucraina, è lecito pensare che, passati alcuni giorni (anche settimane) necessari per osservare come e dove viene effettuata la mobilitazione delle truppe statunitensi, la Cina decida di rompere gli indugi e procedere all’occupazione militare di Taiwan. Viceversa se dovessimo assistere a un’improvvisa escalation nel Mar Cinese Meridionale, magari dovuta a un altro incidente coinvolgente i due opposti schieramenti navali, la Russia potrebbe cogliere l’occasione per procedere a un’invasione totale dell’Ucraina.

Abbiamo volutamente fornito lo scenario peggiore possibile, ma questo gioco mirante a dividere le forze statunitensi si è già palesato , se pure in forme diverse, proprio nei due teatri di crisi, stante l’assenza degli Usa dall’Asia Centrale dopo il ritiro dall’Afghanistan.

La “debolezza” Usa come fattore scatenante

Esiste poi un fattore da non sottovalutare: attualmente, sebbene siano ancora le forze armate più potenti al mondo prese singolarmente, quelle statunitensi stanno attraversando un periodo di profondo rinnovamento per cercare di colmare alcuni divari (quello sui sistemi ipersonici ad esempio) ma soprattutto per porsi all’avanguardia rispetto agli avversari.

Non è un segreto che la U.S. Navy abbia varato un nuovo piano pluriennale di acquisizioni di unità navali, che l’U.S. Air Force abbia bisogno di rinnovare la propria flotta di bombardieri e di cacciabombardieri dopo i decenni di “vacche magre” in cui si è pensato a tagliare quelli che, allora, erano nuovi programmi di acquisizione (l’F-22 è l’esempio lampante di questa politica), pertanto ci sono delle congiunture storiche che, potenzialmente, potrebbero non ripetersi nei decenni a venire.

Certamente questo non significa che Cina e Russia abbiano un vantaggio qualitativo e quantitativo di qualche tipo in senso generale (eccezion fatta per l’ipersonico come già detto), ma ora potrebbero mettere in seria difficoltà le forze armate statunitensi se decidessero di passare all’azione.

Da questo punto di vista è stato molto indicativa la serie di giochi di guerra tenuti dagli Stati Uniti lo scorso inverno che simulavano un conflitto con la Cina per difendere Taiwan nel 2030: l’Air Force ne è uscita vincente – con gravi perdite peraltro – solo grazie ad assetti ancora non presenti nei suoi arsenali, come il caccia di sesta generazione. Un campanello di allarme ben recepito a Washington e che sicuramente è stato considerato a Mosca e a Pechino, e potrebbe essere una delle tante chiavi di lettura per l’attuale crisi ucraina.

Gli Stati Uniti quindi hanno avvertito anche Pechino dei “gravi costi economici” qualora la Cina sarà vista come sostenitrice di una possibile invasione russa in Ucraina. Si tratta di un messaggio ambivalente: da un lato si lascia intendere che Washington preferisca muoversi in sede diplomatica, dall’altro si lascia capire che non si accetterà nessun tipo di sostegno a Mosca per la questione ucraina, proprio a sottolineare come il fronte del Pacifico sia strettamente legato a quello europeo.

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