La questione del Mar Cinese Meridionale, che vede contrapposta la Cina agli altri Stati che si affacciano su quelle acque contese, si arricchisce di un nuovo ed inaspettato contendente: la Russia.

A differenza di quanto accade in altri settori dell’Estremo Oriente, come ad esempio in quella parte del Pacifico Occidentale che va da Taiwan al Giappone che ha visto recentemente stringersi i legami tra Mosca e Pechino con pattugliamenti congiunti di bombardieri strategici che lasciano intendere un nuovo fronte compatto finalizzato a contrastare la presenza americana ed il nuovo riarmo nipponico, nelle acque del Mar Cinese Meridionale gli interessi tra Russia e Cina sembrano divergere per la questione dello sfruttamento delle risorse di idrocarburi che sono presenti in quella parte di globo.

La compagnia di Stato russa Rosneft detiene infatti i diritti di sfruttamento per quella parte di offshore di competenza del Vietnam ed in particolare in una parte del bacino di Nam Con Son, il Lan Do field, che è situato a sud delle coste meridionali vietnamite, proprio in quel settore del Mar Cinese Meridionale rivendicato dalla Cina. Rosneft ha fatto sapere lo scorso maggio, tramite la sua sussidiaria Roseneft Vietnam B.V., di avere iniziato la perforazione del primo pozzo di sfruttamento nella concessione Lan Do e contestualmente ha affermato di voler procedere, entro l’anno, nella fase di appraisal (ovvero di valutazione) del giacimento Phong Lan Dai field, anch’esso sito nella concessione 06.1 nel bacino Nam Con Son, a poca distanza dal Lan Do Field, 370 chilometri a sudest delle coste vietnamite.

Non è la prima volta che il Vietnam avvia lo sfruttamento delle risorse di idrocarburi nel suo offshore tramite la russa Rosneft, ma questa volta la Cina ha violentemente protestato non riconoscendo la zona di mare dove ricade il bacino Nam Con Son come appartenente alla Eez (Exclusive Economic Zone) di Hanoi.

L’escalation per il gas

L’Us Energy Information Agency stima in 11 miliardi di barili di greggio e in 5300 miliardi di metri cubi di gas le riserve complessive celate al di sotto dei fondali del Mar Cinese Meridionale, ma l’accaparramento di queste riserve non è il motivo per il quale la Cina sta rivendicando la sovranità di quelle acque. Per dare un termine di paragone le riserve dell’Arabia Saudita sono stimate in 268 miliardi di barili di greggio, quelle irachene in 144 miliardi di barili, mentre la Russia, il maggior produttore di gas al mondo, ha riserve pari a 145mila miliardi di metri cubi: non un nuovo el dorado degli idrocarburi, soprattutto rispetto alle riserve dell’Artico, ma nemmeno un’inezia.

La questione degli idrocarburi è però funzionale alle rivendicazioni di sovranità della Cina: l’atto di avviare campagne di esplorazione per la ricerca di petrolio e gas lancia un forte segnale per quanto riguarda il controllo del tratto di mare che verrà sfruttato.

Ecco perché Pechino, il mese scorso, ha inviato la nave da ricerca Haiyang Dizhi 8 – che lavora per conto del China Geological Survey – scortata da tre unità navali della Guardia Costiera cinese, in una campagna di rilevamento della durata di 12 giorni nelle acque del Mar Cinese Meridionale non lontano dall’arcipelago delle Spratly. Ecco perché Hanoi ha, a sua volta, inviato le proprie unità navali militari per osservare da vicino l’attività cinese in un’azione che ha rischiato di provocare un serio incidente internazionale.

La zona, infatti, è sede di una concessione vietnamita operata dalla spagnola Repsol, che è stata costretta a cessare le operazioni di ricerca, a seguito delle pressioni della Cina, due volte: l’anno scorso e nel 2017.

Tensioni si sono avute anche, indirettamente, con Rosneft. In un’altro incidente avvenuto qualche giorno prima, il vascello della Guardia Costiera cinese Haijing 3511 ha effettuato manovre minacciose che hanno avuto oggetto un’unità vietnamita che stava effettuando servizi per il pozzo Hakuruyu-5, di proprietà nipponica ma facente parte della concessione di proprietà Rosneft, situato proprio nel blocco 06.1. Concessione che, come già accennato, rientra nella “Nine Dash Line”, ovvero in quel settore di Mar Cinese Meridionale rivendicato dalla Cina.

L’apice delle tensioni tra Cina e Vietnam è avvenuto nel 2014, quando un pozzo cinese ha cominciato l’attività di perforazione nelle acque che rientrano nella Eez vietnamita. In quell’occasione ci sono stati tentativi di speronamento tra le rispettive unità navali e proteste popolari anticinesi in Vietnam che hanno avuto il sapore della sommossa.

In occasione dell’incidente di luglio entrambi i contendenti hanno rilasciato dichiarazioni di condanna e rivendicazione dei propri diritti, animati anche da una storica rivalità che dura sin dal 1979 quando Cina e Vietnam furono coinvolte in un conflitto armato della durata di un mese.

Il portavoce del Ministero degli Esteri cinese, Geng Shuang, ha dichiarato che “la Cina salvaguardia risolutamente la sua sovranità nel Mar Cinese Meridionale ed i suoi diritti marittimi (di sfruttamento delle risorse n.d.r.) e allo stesso tempo sostiene il controllo delle dispute con gli altri Paesi coinvolti attraverso consultazioni e negoziazioni”. Da parte vietnamita Le Thi Thu Hang, portavoce del Ministero degli Esteri di Hanoi, ha riferito che “senza il permesso del Vietnam tutte le azioni intraprese da Paesi stranieri nelle acque vietnamite non hanno effetto legale, e costituiscono un’invasione del territorio vietnamita e una violazione di leggi internazionali”.

Il gioco di Mosca

In questo contesto teso Mosca sta abilmente giocando tra i due contendenti. La politica del Cremlino per quanto riguarda la questione del Mar Cinese Meridionale non è mai stata del tutto chiara e univoca: ufficialmente neutrale, Mosca ha dato il suo tacito assenso diplomatico alla tesi di Pechino che i Paesi non coinvolti direttamente nella disputa debbano restarne fuori (ad esempio gli Stati Uniti), con un alquanto cinico intento di sfruttare la situazione conflittuale tra i Paesi interessati per stigmatizzare la politica americana di ingerenza globale.

Per questo i quadri di Rosneft – che insieme a Gazprom opera nell’offshore vietnamita – hanno sollevato, in più di una occasione, timori che la Cina potesse essere disturbata dall’attività di esplorazione ed estrazione sebbene Mosca non abbia mai dimostrato l’intenzione di cessare ogni attività di R&D (Resarch & Development) nelle concessioni petrolifere in quella parte del Mar Cinese Meridionale di competenza vietnamita ma rivendicata dalla Cina.

Sebbene la Russia non abbia mai esplicitamente appoggiato il Vietnam in questa contesa, le compagnie russe sono attive in quel settore del Mar Cinese Meridionale nonostante le recriminazioni della Cina. Questo risulta essere un affronto serio – sebbene di basso profilo – per Pechino, che si è dimostrata, in altre occasioni, molto determinata a far valere le proprie rivendicazioni anche con l’uso della forza, e che sembra non essere in imbarazzo per farle valere anche in questo particolare caso che vede coinvolta Rosneft. Mosca però ha scelto molto cautamente di evitare di spostare l’attenzione su quanto sta accadendo per cercare di salvaguardare i rapporti che ha con entrambi i Paesi.

Quello che però va evidenziato è che Mosca, in questo gioco, risulta un alleato (vecchio) inaspettato per Hanoi, che sta cercando di imbarcare quanti più soggetti internazionali possibili per ampliare lo spettro della disputa e così poter trattare da posizioni di forza: alla compagnia statunitense Exxon Mobil è stato affidato il progetto di sfruttamento del Blue Whale field, situato al largo delle coste di Da Nang – nel centro del Paese – e schiacciato tra la autoproclamata piattaforma continentale cinese ed il confine della “Nine Dash Line”.

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