Una notizia che ha ridato vigore al Russiagate e alla tesi dell’ingerenza russa alle ultime elezioni americane vinte da Donald Trump. Secondo quanto rivelato nelle scorse settimane dal Washington Post,  infatti, Facebook avrebbe venduto spazi pubblicitari politici a una società sotto copertura russa tra il 2015 e il 2017. Sempre secondo il noto quotidiano, che cita le testimonianze di funzionari del social network durante le udienze sul Russiagate al Congresso, Facebook avrebbe avuto contatti commerciali con una troll farm russa – la Internet Research Agency. Si tratterebbe di circa 100mila dollari di spese pubblicitarie, legate a 3.300 post che hanno promosso circa 470 account (profili e pagine) falsi riconducibili alla Russia. La rivelazione del Washington Post ha fatto il giro del mondo, anche se moltissimi aspetti di questa vicenda rimangono oscuri e poco chiari. 

Cosa non torna nella narrativa dell’ingerenza russa

Robert Parry è uno dei più stimati e noti giornalisti investigativi americani. Secondo la sua analisi pubblicata su Consortiumnews, ciò che è stato raccontato in queste settimane è molto lontano dalla verità dei fatti. “L’articolo del Washington Post pretende di raccontare come il social network abbia svolto un ruolo chiave alle ultime elezioni degli Stati Uniti ma in realtà è la storia di come politici potenti, come Barack Obama e il senatore Mark Warner, abbiano fatto pressioni su Facebook per ottenere qualcosa – qualsiasi cosa – utile al fine di sostenere la narrativa dell’ingerenza russa”.

Innanzitutto, parliamo di annunci che affrontano temi legati alla politica americana, anche se “Facebook ha confermato che la maggior parte di essi non riguardano direttamente le elezioni presidenziali e alcuni annunci sono stati acquistati dopo le elezioni” – osserva Parry. “Anche supponendo che i russi abbiano buttato via 100 mila dollari di dollari in banner, questa cifra rappresenta una frazione minuscola dei 27 miliardi di fatturato annui di Facebook e una cifra irrisoria rispetto ai miliardi di dollari spesi dalla politica statunitense alle elezioni presidenziali. Pertanto l’affermazione secondo cui tali annunci ipoteticamente collegati al governo russo abbiano svolto un ruolo chiave capace di condizionare l’esito del voto è sia sciocco che scandaloso, soprattutto in considerazione dei rischi connessi a fomentare animosità tra la Russia e gli Stati Uniti, entrambe potenze dotate di armi nucleari” – sottolinea il pluri-premiato giornalista americano.

Nessuna evidenza del ruolo del Cremlino

Anche l’articolo del Washington Post, tra i più accaniti critici del presidente Donald Trump, ammette che “non è ancora chiaro chi abbia comprato tagli annunci” parlando di “sospetti agenti russi”. “In altre parole – rileva Robert Parry – noi non sappiamo nemmeno se i 100 mila dollari in annunci nell’arco di tre anni siano stati effettivamente comprati dai russi allo scopo di influenzare le elezioni. Questo non ferma il WP nel proseguire parlando di fake news e disinformazione operata dal Cremlino, ancora una volta senza offrire prove specifiche”.

Infatti, la stessa inchiesta del WP appare contraddittoria. Per esempio, nello stesso articolo si afferma che “un controllo da parte della società [Facebook] ha rilevato che la maggior parte dei gruppi che operano dietro le pagine sospette avevano delle chiari motivazioni finanziarie, il che suggerisce che non vi sia l’opera di un governo straniero”.

Le pressioni dei democratici

La forte pressione esercitata dai democratici sui vertici del social network al fine di gettare benzina sul fuoco ha poi dato i suoi frutti. All’inizio di agosto, infatti, come racconta lo stesso Washington Post, Facebook ha finalmente individuato più di 3 mila annunci che affrontato tematiche sociali e politiche negli Stati uniti tra il 2015 e il 2017 e che sembrano provenire da account associati dalla Internet Research Agency con sede a S.Pietroburgo. “Così – sottolinea il giornalista americano – gli annunci e i banner che coprono tre anni, compreso il periodo post-elettorale del 2017, sembrano essere associati a un’operazione russa privata che solo presumibilmente ha legami con il Cremlino. La somma totale per l’acquisto dei banner è ridicola rispetto a quello che serva in realtà per avere un impatto su reale su Facebook o sulle elezioni presidenziali degli Stati Uniti”. 

I media americani e il Russiagate

Secondo il giornalista premiato dalla Nieman Foundation for Journalism dell’Università di Hardvard nel 2015, gli organi di informazione americani stanno attraversando una fase molto particolare della loro storia: “Alcune persone definiscono l’isteria anti-russa emersa di recente nei mezzi di informazione tradizionali degli Stati Uniti come una nuova ‘età dell’oro del giornalismo americano’. A me sembra più simile a una nuova era dell’informazione scandalistica volta a preparare la gente a più spese militari, a un incremento della guerra dell’informazione e alla guerra reale”. 

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