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Il vertice di Salisburgo doveva servire, agli occhi dei più ottimisti, a dare un segnale che questa Europa esiste, che sa anche prendere una posizione su temi caldi, che concentrano le attenzioni di gran parte dei cittadini dell’Ue. In realtà, quello che ne è scaturito è l’ennesimo incontro dove gli Stati membri dell’Unione europea, più che decidere, hanno scelto di non decidere. Tanto è vero che lo stesso Sebastian Kurz ha detto che ci sarà un nuovo vertice straordinario a Bruxelles, a novembre, per discutere delle questioni che questo incontro non ha risolto.

Il cancelliere austriaco si riferiva in particolare al nodo Brexit. Ma anche sul tema migranti, l’Europa non ha fatto grandi passi avanti, di fatto delegando a nuovi incontri o a future proposte tutto quello che riguarda arrivi e distribuzione di persone sulle frontiere esterne europee.

I leader europei hanno cercato di dare risposte, ma è stato chiaro sin dal principio che risposte non sarebbero arrivate. Troppe le divergenze fra gli Stati. E i governi, anche quelli moderati e campioni della socialdemocrazia, si sono ritrovati a dover rispolverare l’interesse nazionale rispetto a qualsiasi altro afflato ideologico. Le elezioni europee si avvicinano, i leader centristi come Emmanuel Macron e Angela Merkel sono ogni giorno più deboli: incalzati da movimenti sovranisti che, di fatto, stanno dettando la linea dell’Ue pur non essendo al potere.

Ed è forse questo il vero grande risultato dell’incontro di Salisburgo. Il vertice informale ha dimostrato che i capi di Stato e di governo dell’Ue, pur non essendo tutti parte del mondo sovranista o “populista”, hanno preso atto che devono rispondere a quelle istanze per evitare di esserne travolti. L’Ue non ha risposto in maniera unitaria: ma i singoli leader hanno scelto la strada del consenso interno. Tutti sanno, e lo dimostra il crollo di popolarità di Merkel e Macron, che se vogliono sopravvivere, sono ormai costretti a seguire le loro stesse opposizioni. 

Non c’è elezione in cui le destre non siano in ascesa. Lo dimostrano i sondaggi in Germania, le inchieste in Spagna, le analisi dei flussi elettorali in Italia e Francia, e soprattutto l’ennesimo segnale è giunto dalla Svezia, dove l’ultradestra di Jimmie Akesson ha ottenuto il 18%. E adesso, con le elezioni europee del 2019 che dettano i tempi della politica del continente, è chiaro che anche il mondo politico che combatte contro il sovranismo deve scegliere fra l’accettare che le istanze sul tema migranti hanno fatto breccia nel cuore dell’elettorato. Anche di quello più moderato e tendenzialmente incline a non accettare discorsi radicali.

Di fatto, quello che è accaduto a Salisburgo è che il centrismo ha accettato le istanze di chi tenta di combattere. Ma lo ha fatto non scientemente, ma costretto. L’Unione europea oggi non è più una realtà che detta una sua linea. È un insieme di alleanze e di interessi nazionali dove ognuno tenta di prevalere sull’altro e, in generale, ogni governo tenta di salvare se stesso dall’ondata di protesta.

Proprio per questo, di fondo, si è scelto di non scegliere. Perché in assenza di una linea comune e interessati, in modo chiaro, a salvare se stessi, i governi hanno proposto idee tutto sommato inconciliabili. Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte non ha sbagliato nell’ammettere che “il caso Diciotti ci vede tutti perdenti”. Ma, a parte le puntualizzazioni di Macron contro i Paesi mediterranei e di Angela Merkel contro chi non vuole accettare le quote di distribuzione, per il resto tutti hanno pensato a se stessi. Come vogliono, del resto, proprio i “populisti”.

Il passaggio su Frontex, per esempio, è indicativo della tendenza che permea l’intera Europa. La Francia sostiene chiaramente la proposta della Commissione europea di arruolare 10mila agenti entro il 2020 per proteggere le frontiere esterne dell’Unione europea. Ma è evidente che questa proposta non può piacere ai Paesi frontalieri, che vedono chiaramente come un pericolo il fatto di avere sul proprio territorio migliaia di uomini di un’agenzia europea. Difficile poter far conciliare la sovranità nazionale con questa strategia ideata da Jean-Claude Juncker.

Inoltre, c’è un problema tecnico che, come spiega Formiche, è lo stesso premier italiano ad aver espresso. Si può anche aumentare il ruolo di Frontex, rafforzarlo e schierare migliaia di uomini. Ma è un’idea che costa miliardi e che in ogni caso non risolverà il problema di chi si dovrà assumere l’onere dello sbarco dei migranti. Il motivo per cui l’operazione Sophia è fallita, è perché essa rimanda al regolamento della missione Triton di Frontex che prevedeva l’Italia come unico Paese di sbarco. Se neanche su Sophia si è riuscito ad arrivare a un accordo, è difficile che su migliaia di agenti di Frontex si possa arrivare a una soluzione condivisa di tutti i Paesi membri.  E l’Europa continuerà a non decidere.

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