Il documento programmatico di Paolo Savona, in cui si cita il possibile ingresso della Turchianell’Unione europea, scuote il governo. Nella relazione viene confermato l’impegno dell’Italia a sostenere l’allargamento a est dell’Ue, estendendo i propri confini ai Balcani e alla Turchia. E sul rapporto con Ankara, il documento che porta la firma di Savona – e con cui conclude il suo mandato da ministro per spostarsi alla Consob – è netto: il Paese mediorientale è un partner strategico di fondamentale importanza.

L’opposizione di centrodestra ha subito alzato le barricate. Ed è in particolare da Fratelli d’Italia che si è sollevato il problema, con Giorgia Meloni e i suoi parlamentari che hanno chiesto al governo (e in particolare alla Lega) di riferire su questo punto. A detta di FdI, c’è una contraddizione molto forte tra quanto sostenuto da Matteo Salvini in questi anni e quanto scritto nel documento del ministro a lui vicino. E con l’avvicinamento delle elezioni europee, il tema è particolarmente delicato. E molti si domandando cosa abbia spinto il ministro degli Affari europei a firmare un documento che inevitabilmente avrebbe portato a una discussione politica, sia in seno al parlamento che allo stesso governo.

La domanda però potrebbe avere una risposta diversa da quanto ci si potrebbe aspettare. Perché la genesi di quella relazione programmatica, almeno secondo alcune indiscrezioni, non sembra essere tutta farina del sacco di Savona. E forse nemmeno totalmente dei suoi uffici. Fonti interne al ministero degli Affari europei riferiscono in esclusiva a Gli Occhi della Guerra che quel documento non è una creatura interna al dicastero guidato da Savona, ma frutto di un collage fra diverse relazioni messe a punto dai vari ministeri coinvolti nelle differenti tematiche affrontate dalla relazione.

E il riferimento alla Turchia e al possibile allargamento dell’Unione europea sembra essere un’intuizione della Farnesina, la cui guida, Enzo Moavero Milanesi, appare da sempre come un ministro distante dalle logiche della maggioranza di governo. Lega e Movimento Cinque Stelle non sono mai sembrate convinte del nome del titolare del ministero degli Esteri. E la sua nomina è stata certamente frutto di un compromesso nato dalla ferma volontà di Sergio Mattarella di mettere agli Esteri un uomo affine ai sentimenti della Presidenza della Repubblica.

La voce circola all’interno degli Affari europei e anche della Farnesina. E sembra essere la conferma di una duplice natura della politica estera del governo giallo-verde. Da una parte quella istituzionale fondata su Moavero. Dall’altra quella politica fatta da Lega e M5S e confermata dalle manovra dei due partiti di governo. Che da qualche tempo iniziano a recepire come fin tropo vincolanti le mosse del ministro degli Esteri. Un uomo silenzioso ma estremamente importante e che guida un dicastero di fondamentale importanza.

La prova di questa natura divergente della politica estera del governo è arrivata sotto diversi fronti. Lo è ad esempio il rapporto con l’Unione europea, conflittuale da parte di Lega e pentastellati mentre molto più fluido e collaborativo da parte di Moavero. Ma non va dimenticato anche lo scontro interno sul Global compact, che la guida della Farnesina voleva ratificare mentre ha trovato le barricate del Carroccio. E anche sulla crisi diplomatica fra Roma e Parigi, Moavero ha sempre mostrato una netta predisposizione al dialogo con Emmanuel Macron. cosa ben diversa dalle scelte di Matteo Salvini e Luigi Di Maio, i due vice premier che rappresentano le due anime di questo esecutivo.

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