Si potrebbe chiamare il vertice del “reset che non c’è stato”. Chi si aspettava, infatti, che ai colloqui tenutisi ad Anchorage, in Alaska, tra le massime cariche della diplomazia cinese e statunitense si giungesse ad un azzeramento delle tensioni cumulate in almeno due lustri, è rimasto sicuramente deluso. Entrambe le parti si sono presentate al tavolo delle trattative con una lunga lista di rimostranze reciproche in uno dei momenti più bassi dei rapporti tra due Paesi nel corso di questo XXI secolo. Rimostranze che sono degenerate in un vero e proprio battibecco, con accuse – per certi versi inaudite come vedremo – che hanno infiammato il vertice ai limiti dell’incidente diplomatico.

La due giorni di incontri, i primi colloqui di alto livello tra Cina e Stati Uniti da quando il presidente Joe Biden è entrato in carica, si è conclusa venerdì dopo un avvio a dir poco “scintillante”: le due parti, infatti, si sono pubblicamente e reciprocamente ingaggiate davanti alle telecamere in una fitta serie di stoccate che hanno avuto molto poco di “diplomatico”.

Il vertice, come ampiamente previsto, non ha portato a nessun risultato nel merito del miglioramento dei rapporti, ma ha confermato l’aspra rivalità tra Pechino e Washington che lascia intendere – una volta di più – che i due Paesi hanno ben poco terreno in comune per ripristinare le loro relazioni.

Anzi, se c’è stato un risultato, è quello di aver confermato che tra Stati Uniti e Cina è scesa una nuova Cortina di Ferro, suggellata da toni diplomatici che non si sentivano dai tempi dell’Unione Sovietica.

Yang Jiechi, capo degli Affari Esteri del Partito Comunista Cinese, ha infatti detto, proprio in apertura del vertice, che “gli Stati Uniti non hanno il diritto di rivolgersi alla Cina come se parlassero da una posizione di forza”.

Cosa ha provocato il massimo diplomatico cinese?

Seduto accanto al consigliere per la sicurezza nazionale Jake Sullivan, il segretario di Stato Antony Blinken ha aperto l’incontro accogliendo il consigliere di Stato Wang Yi, ministro degli Esteri cinese, e Jiechi rimarcando le “profonde preoccupazioni dell’America per le azioni della Cina”, inclusi i suoi presunti abusi sulle minoranze etniche musulmane nello Xinjiang, la fine della forma di autogoverno democratico a Hong Kong, l’attività di coercizione economica contro alleati e partner statunitensi e le sue attività aggressive verso Taiwan. Ognuno di questi punti, ha detto Blinken, “minaccia l’ordine basato su regole che mantiene la stabilità globale”.
Sullivan ha aggiunto che “non cerchiamo conflitti, ma accogliamo con favore una forte concorrenza e ci batteremo sempre per i nostri principi, per la nostra gente e per i nostri amici”, ma i loro commenti hanno scatenato le ire della delegazione cinese. Yang Jiechi ha infatti reagito in un discorso di 20 minuti, affrontando molte delle questioni sollevate da Blinken e andando oltre per sfidare gli Stati Uniti. “Il problema è che gli Stati Uniti hanno esercitato allungato il braccio della loro giurisdizione e repressione e hanno messo a dura prova la sicurezza nazionale (cinese n.d.r.) attraverso l’uso della forza o l’egemonia finanziaria”, ha detto il delegato di Pechino.

Quali sono invece le preoccupazioni degli Stati Uniti sulla Cina?

Quando i funzionari statunitensi hanno risposto alle dichiarazioni di Yang Jiechi, hanno sottolineato che le preoccupazioni che hanno sollevato non erano solo di Washington, ma condivise anche da alleati e partner. Proprio questo è un punto cruciale che sta cambiando gli equilibri strategici nella regione: gli Stati Uniti non sono più “da soli” ad affrontare la Cina, non ci sono più solo Giappone e Australia al loro fianco, ma anche alcuni Paesi europei facenti parte dalla Nato, come Regno Unito, Francia, e la stessa Germania, stanno affiancandoli nel contrasto all’assertività cinese, caratterizzata da un impeto nazionalizzante, preoccupati per la questione della libertà di navigazione, fondamentale per mantenere libere e aperte le vitali linee di comunicazione marittime.
“Sento profonda soddisfazione per il fatto che gli Stati Uniti siano tornati, che ci siamo nuovamente impegnati con i nostri alleati e partner. Sento anche profonda preoccupazione per alcune azioni intraprese dal suo governo”, ha detto ancora il segretario Blinken.
In cima alla lista delle preoccupazioni ci sono una serie di tematiche che spaziano diversi settori. Sicuramente le pratiche economiche messe in atto dal sistema cinese, pianificato centralmente, tra cui il furto di proprietà intellettuale, importanti sussidi per le imprese statali, ed il trattamento ingiusto delle imprese straniere.
Il primo punto è direttamente legato alle accuse secondo cui gli hacker cinesi si sarebbero infiltrati nei sistemi informatici statunitensi e occidentali per rubare dati personali e segreti commerciali, quello che è stato definito Zhenhua Leaks, attività però negata decisamente da Pechino.

Una serie di aggressioni, quindi, anche “fisiche”. Tale attività è evidente in alto mare, dove la Cina intimidisce il naviglio militare e da esplorazione mineraria in transito vicino alle isole e alle barriere coralline che rivendica nel Mar Cinese Meridionale. Ma il punto più contestato è stato quello riguardante Taiwan, che il governo cinese considera una provincia separatista e che alcuni analisti temono che Xi possa muovere per riprendere con la forza. Proprio in merito all’isola, l’amministrazione Biden, da subito, sembra aver messo le cose in chiaro: alla cerimonia di insediamento lo staff del neo eletto presidente ha invitato l’ambasciatore di Taiwan, Hsiao Bi-khim. È stata la prima volta che Taipei ha ricevuto un simile invito da quando gli Stati Uniti hanno cessato il loro riconoscimento diplomatico di Taiwan nel 1979, adottando la politica “One China”.

Blinken ha poi sollevato specificamente la questione dei diritti umani, che Biden ha promesso di porre al centro della sua politica estera. Il segretario di Stato ha definito la sistematica oppressione cinese degli uiguri e di altre minoranze etniche musulmane un “genocidio”, lasciando pertanto inalterata l’etichetta applicata dall’amministrazione Trump.

L’irritazione cinese

La Cina, venerdì, all’inizio della seconda tornata di colloqui, ha fatto sapere che ad Anchorage si è respirato un “forte odore di polvere da sparo e dramma”.

Il portavoce del ministero degli Esteri Zhao Lijian, parlando a Pechino, ha detto che i funzionari americani alle riunioni dell’Alaska hanno istigato i funzionari cinesi a dare una “risposta solenne” dopo che hanno perpetrato “attacchi infondati” contro la politica estera e interna cinese.

I diplomatici cinesi sono apparsi molto irritati dalle parole della loro controparte statunitense anche durante la giornata di ieri: hanno infatti affermato che il governo di Hong Kong, o di quella che viene considerata una provincia separatista (Taiwan), è una loro prerogativa.

Yang, che è stato ambasciatore negli Stati Uniti, è andato anche oltre, facendo saltare quella che ha definito l’ipocrisia americana. Ha condannato gli interventi militari statunitensi che hanno causato “disordini e instabilità”, e messo in discussione la salute della democrazia americana deviando le critiche sui diritti umani rivolte verso la Cina sul tema del razzismo negli Stati Uniti.

“Ci auguriamo che la parte americana pensi se si senta rassicurata nel dire queste cose perché gli Stati Uniti non rappresentano il mondo”, ha detto.

Blinken a quel punto non è andato per il sottile, e ha concluso l’intervento affermando che “non è mai una buona scommessa scommettere contro l’America”.

Un “reset dei rapporti” impossibile

Un reset dei rapporti tra Usa e Cina che quindi non c’è stato, e d’altronde era impensabile che ci potesse mai essere. L’amministrazione Biden ha dimostrato, da subito, di porsi esattamente nello stesso solco di quella precedente; una linea ereditata peraltro, da quella Obama se pur in tono diverso.

Il periodo precedente alle discussioni ad Anchorage, che ha fatto seguito alle visite di funzionari statunitensi agli alleati Giappone e Corea del Sud, è stato contrassegnato da una raffica di mosse da parte di Washington che tendenti a dimostrare che stava prendendo una posizione ferma verso Pechino: le operazioni Fonop (Freedom of Navigation Operation) nei mari contigui alla Cina e a Taiwan non sono cessate, e nemmeno si è avuta un’inversione di rotta nella decisione di vendere armamenti a Taipei.

La Cina, dalla sua parte, ha aumentato esponenzialmente l’attività aerea e navale, di cui buona parte diretta verso la zona di identificazione aerea (Adiz) dell’isola ribelle, dicendosi però “aperta al dialogo, come sempre”. “Siamo pronti ad avere una comunicazione schietta con gli Stati Uniti e ad impegnarci in dialoghi volti a risolvere i problemi”, aveva detto Wang Yi il mese scorso.

I membri della delegazione cinese, però, hanno lasciato l’hotel dove erano ospitati ad Anchorage senza parlare con i giornalisti: dimostrando una volta di più, se non fossero bastati i toni del vertice, di non essere propriamente disposti al dialogo, anche se Yang Jiechi ha successivamente dichiarato alla rete televisiva cinese Cgtn che le discussioni erano state costruttive e vantaggiose, “ma ovviamente ci sono ancora differenze” aggiungendo però che “la Cina salvaguarderà fermamente la sovranità nazionale, la sicurezza e lo sviluppo”.

Da parte statunitense il segretario Blinken ha affermato di non essere sorpreso dal fatto che gli Stati Uniti abbiano ottenuto una “risposta difensiva” dalla Cina dopo aver sollevato accuse di violazioni dei diritti umani cinesi nello Xinjiang, Tibet e Hong Kong, nonché attacchi informatici e pressioni su Taiwan, ma ha detto anche le due parti hanno anche interessi incrociati su Iran, Corea del Nord, Afghanistan e cambiamento climatico, e che gli Stati Uniti hanno realizzato quelli che erano i loro scopi durante il vertice.

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