Il Gop è sempre più spaccato sulla figura di The Donald. Paul Ryan lascerà il suo seggio al Congresso degli Stati Uniti. La notizia è passata un po’ in sordina, ma potrebbe nascondere uno scenario inaspettato. Il mandato di Ryan, che è lo speaker della Camera, scadrà nel 2019. Le regole prevedono che il Gop possa svolgere le primarie per il candidato presidente degli Stati Uniti d’America nonostante Donald Trump.

Il Tycoon, anche a causa degli scontri con la componente guidata da Paul Ryan, potrebbe essere messo in discussione. Le elezioni presidenziali si terranno il 3 novembre del 2020. I tempi combaciano e alla base delle dimissioni dello speaker ci sarebbero i contrasti con il programma di riforme promosso da The Donald. Tranne nel caso della riforma fiscale. La politica americana non è una serie televisiva, ma non sarebbe così clamoroso se il Partito Repubblicano si presentasse compatto attorno alla figura dell’ex leader congressuale. 

I parlamentari repubblicani hanno iniziato a fare la conta. Come ben spiegato qui, le fazioni del Gop alla Camera sono almeno tre: Republican Main Street Partnerhsip, Republican Study Comittee e  Liberty Caucus. Tre correnti politiche chiamate, nel caso le elezioni di medio-termine del prossimo novembre confermassero la maggioranza,  a scegliere il nuovo leader del partito. Il favorito è Kevin McCharty, che è un politico californiano navigato e molto vicino allo stesso Ryan. La fronda meno contigua all’establishment potrebbe optare per Mike Pence, un altro che è da tempo chiacchierato per un’ipotetica (e molto improbabile) sfida a Trump.

Nessuno osa contendere in pubblico lo “scettro” al Tycoon, ma l’impressione è che l’idea della convention contestata, quella che era balenata nella mente di Mitt Romney ai tempi delle primarie, sia ancora viva in certi ambienti repubblicani. Potrebbe tramutarsi in una “minaccia” di primarie. La divisione esiste. Donald Trump è sempre stato percepito come un corpo estraneo al partito, ma mettere in discussione la sua leadership presidenziale potrebbe gettare al vento la possibile riconferma del Gop alla Casa Bianca.

Un disastro alle elezioni di medio-termine potrebbe accelerare un disegno di sostituzione, ma ci sono almeno tre fattori da considerare: pochissimi presidenti hanno potuto godere della maggioranza in entrambe le Camere del Congresso; i sondaggi dicono che il Partito Repubblicano, nonostante le sconfitte in Alabama e Pennsylvania e gli attacchi mediatici che Trump subisce ogni giorno, dista solo quattro punti percentuali dal Partito Democratico; Donald Trump potrebbe in ogni caso trionfare anche nelle primarie per il 2020.

Se poi The Donald dovesse vincere le elezioni di metà-mandato la partita sarebbe chiusa prima del fischio d’inizio. A fare da sfondo a questo quadro, però, ci sono quelle che Walter Russell Mead ha chiamato le “Cinque diverse minacce”. Quelle di cui si deve occupare il nuovo consigliere per la Sicurezza nazionale, John Bolton. Corea del Nord, Cina, Iran, Russia e minaccia jihadista fanno parte di cinque dossier diversi: tutti urgenti, concatenati e potenzialmente esplosivi. Poi c’è la guerra in Siria, che è un’altra questione su cui il Partito Repubblicano si sta dividendo. 

Il presidente Trump sta tenendo conto della linea cautelativa di Mattis, il segretario della Difesa che secondo alcune ricostruzioni del Wall Street Journal avrebbe evitato un intervento militare contro Assad già l’anno passato. Gli americani si sono limitati agli strike contro presunti arsenali chimici e “il merito” sarebbe solo di Mattis. La paura di uno scontro frontale con la Russia di Vladimir Putin è forte, ma il Congresso si sta comunque organizzando per un’eventuale apertura definitiva del fronte siriano.

Secondo quanto riportato da Politico, i leader repubblicani Corcker e Kaine starebbero valutando di consegnare nelle mani di Trump un mandato molto limitato per la lotta al terrorismo. Il dibattito rientra in quello sui poteri del presidente in guerra. Una discussione legata alle modifiche delle autorizzazioni  tuttavia limitata dal comportamento di Trump, che sulla Siria sembra cambiare idea continuamente.

Le prossime settimane saranno decisive: The Donald dovrà affrontare una volta per tutte la questione siriana optando o per l’intervento o per il ritiro o ancora per favorire la creazione di una coalizione ( che da quel che si vocifera potrebbe essere araba) da posizionare al posto degli americani nel complicato puzzle siriano.

Le elezioni di medio-termine si avvicinano e i tanti americani che hanno votato Trump perché convinti dall’isolazionismo propagandato stanno guardando con attenzione. Il Deep State, invece, potrebbe spingere per un intervento più marcato contro Bashar al – Assad. Trump è schiacciato tra queste due pressioni, ma deve comunque scegliere quale mossa fare. Alcuni repubblicani, come avvoltoi, sorvolano il campo di battaglia in attesa di un errore più grosso del presunto Russiagate o dei presunti scandali sessuali. 

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