Un anno dopo l’assalto di Capitol Hill, la verità è una parola che riesce a polarizzare ancora l’America. I repubblicani filo-Trump chiedono verità sulle elezioni che hanno consacrato Joe Biden alla presidenza degli Stati Uniti. La chiamano “stolen election” e sono tanti nella base del partito a desiderare ulteriore chiarezza nonostante tribunali e inchieste abbiano certificato la validità del voto. Dall’altro lato, i democratici e i repubblicani moderati chiedono un’altra verità: quella sull’assedio di Capitol Hill, tempio della democrazia americana, e sul ruolo di Donald Trump nella decisione della folla di entrare nel Congresso sfondando la barriera della polizia e quel muro di sacralità che ha sempre costituito l’area istituzionale di Washington. Un golpe ispirato dall’ala oltranzista vicina a Trump? Un incendio di cui il presidente fu piromane ma che non aveva intenzione di far estendere in modo così violento? Uno schema per screditare il capo della Casa Bianca e far sì che venisse definitivamente incriminato e condannato all’oblio?

I morti e la “maledizione”

Le domande circolano con insistenza da quando gli americani e l’intero pianeta osservarono quanto accadeva nella capitale degli Stati Uniti. E per adesso le certezze sono poche. Innanzitutto i morti: cinque negli scontri e quattro poliziotti che si sono suicidati dopo l’assedio. Le vittime durante i “riots” sono state quattro tra i manifestanti e un agente di polizia.

La più nota è Ashli Babbitt, veterana dell’Aeronautica, 35 anni, freddata da un poliziotto mentre tentava di sfondare la porta per entrare nella Camera, lì dove erano rinchiusi i membri del parlamento. Il colpo, sparato ad altezza uomo, è stato ripreso da una telecamera il cui video ha fatto il giro del mondo ed è diventato un simbolo per molti sostenitori pro Trump. Un’altra vittima tra i manifestanti è Kevin Greeson, 55enne dell’Alabama, che è stato colto da infarto all’esterno del Congresso. Sorte simile a quella di Benjamin Phillips, fondatore di Trumparoo, colto da un ictus a Washington mentre era impegnato nella marcia dei sostenitori del presidente Usa. Negli scontri è morta anche Roseanne Boyland, 34 anni, schiacciata dalla folla che cercava di entrare a Capitol Hill. Così come nella guerriglia del Congresso è morto l’agente Brian D. Sicknick, 42 anni, ucciso dalle ferite inferte dai rivoltosi mentre faceva il suo dovere nel tempio della democrazia.

Un manifestante nell’ufficio di Nancy Pelosi

Quattro invece i poliziotti che si sono tolti la vita dopo aver prestato servizio a Washington il 6 gennaio 2021. Qualcuno l’ha definita una “maledizione” che incombe sulle forze dell’ordine. Una volta tornati a casa, per poche ore, giorni o anche settimane quattro membri delle forze di sicurezza hanno riportato dei segni indelebili nel proprio animo e si sono uccisi: Jeffrery Smith, traumatizzato dalla violenza degli assedianti, Howard Liebengood, caduto in stato di depressione e suicidatosi dopo alcuni giorni, Gunther Hashida e Kyle DeFreytag, veterani del Metropolitan Police Department di Washington, che si sono tolti la vita dopo che per mesi non sono più stati gli stessi. I feriti tra le forze dell’ordine durante l’assedio furono 140.

Accuse, polemiche e arresti

Ai morti di quella battaglia e delle settimane successive, si aggiungono le polemiche, che non si sono mai interrotte dal 6 gennaio scorso, e il corso della giustizia.

Le prime polemiche riguardarono quelle domande sorte immediatamente dopo l’assedio. Quelle centinaia di persone che hanno assaltato Capitol Hill non sembravano un’orda così imponente da rendere impossibile un blocco prima che colpisse il cuore di Washington. Inoltre, dovevano esserci avvisaglie che avrebbero dovuto attivare un rafforzamento complessivo del servizio d’ordine intorno al Congresso e all’interno della marcia dei trumpisti.

Tanti iniziarono ad accusare i servizi di informazioni e le forze dell’ordine di essere stati completamente colti di sorpresa dalla manifestazione, e alcuni hanno puntato il dito contro il potere politico, accusato in quel momento di non avere voluto controllare le proteste lasciando che diventassero un qualcosa di insurrezionale. Il rimpallo di responsabilità si è scatenato sin da subito, tra Capitol Police, dipartimento di Giustizia, Homeland Security e Fbi. Qualcuno ha accusato la polizia di avere volutamente applicato una linea non troppo dura nei confronti dei manifestanti, con il sospetto incrociato di chi riteneva alcuni agenti alleati dei rivoltosi e chi invece alleati degli anti Trump, lasciando così scatenare appositamente il caos per poi delegittimare le proteste contro Biden.

Manifestanti per le vie del Congresso

Le indagini e i processi

Per capire meglio le responsabilità di alcuni agenti della Capitol Police, si è svolta un’inchiesta all’interno del corpo di polizia che ha visto l’avvio di 38 indagini individuali e la richiesta di sanzioni disciplinari per sei agenti accusati di condotta inappropriata, mancato rispetto delle direttive, commenti impropri e diffusione inappropriata di informazioni. Nessuna incriminazione è stata però di natura penale.

Dubbi riguardavano anche la Guardia nazionale. Il generale Mark Milley aveva assicurato sin dal momento dell’assedio che i suoi uomini erano pronti, ma che il sindaco di Washington avrebbe chiesto il loro dispiegamento solo poco prima dell’assedio e con numeri ridotti. Nancy Pelosi chiese aiuto ai governatori del Maryland e della Virginia proprio perché gli uomini di Washington DC non avrebbero ricevuto l’ordine di attivarsi. Secondo fonti accreditate, inoltre, sembra sia stato proprio Mike Pence – che i manifestanti minacciavano di impiccagione – a dare l’ordine di mobilitare la Guardia Nazionale. E tutto questo senza l’ok del presidente. Mentre altri ritengono che il Pentagono abbia evitato di inserirsi in quella battaglia al Congresso per evitare di rimanere impantanata in un pericoloso scontro politico.



A un anno dall’assalto di Capitol Hill, quello che è certo è che la giustizia ha continuato a fare il suo corso. Su 725 persone ufficialmente accusate di aver preso parte alla battaglia di Washington, 600 sono state incriminate di violazione di zona riservata, 30 sono accusati di furto di beni governativi (molti ricordano Adam Johnson, che se ne andava via sorridendo con il leggio di Pelosi), 75 di avere usato armi contro le forze dell’ordine. Come riporta Agi, 275 persone sono invece accusate di ostruzione e impedimento del normale processo di certificazione elettorale, ovvero l’anticamera di un attentato alla democrazia. Per loro la pena massima prevista è quella di 20 anni di reclusione, ma ancora non si è arrivati in gran parte alla fine dei processi. Più di 500 persone, infatti, devono ancora essere giudicate: cinque appartenenti a gruppi di estrema destra si sono dichiarati colpevoli di “cospirazione” ma attira l’attenzione dei media anche il gruppo di trenta veterani dei Marine che presero parte alla guerriglia. L’uomo che ha subito per ora la condanna più grave è Robert Scott Palmer: cinque anni e tre mesi per aver aggredito un agente della Capitol Police con un estintore.

Tuttavia, sono in tanti a non ritenere soddisfacenti i risultati ottenuti dalla giustiziati. Condannato il famigerato “sciamano” – Jacob Chansley, simbolo di quella giornata – e iniziati a punire i soggetti che hanno preso parte alle violenze, il vero nodo delle inchieste riguarda il ruolo della Casa Bianca e di chi era dietro quella rivolta di piazza.

Lo sciamano di Qanon Jacob Chansley

Il ruolo del circolo di Trump

La commissione speciale d’inchiesta per i fatti del 6 gennaio 2021 punta a trovare le definitive responsabilità del presidente Trump e degli uomini a lui più vicini. I fedelissimi, quelli che erano rimasti con lui nel momento finale, asserragliati nella “War Room” del Willard Hotel di Washington. Tra questi, i due su cui sono puntati i fari dell’organismo della Camera dei rappresentanti sono Steve Bannon e Mark Meadows. Il primo, riavvicinatosi all’ex capo della Casa Bianca dopo esserne stato allontanato, è stato accusato di oltraggio al Congresso per essersi rifiutato di testimoniare. Il secondo, ex chief of staff di The Donald, aveva prima deciso di collaborare con la Commissione consegnando un file Power Point che avrebbero provato il tentativo di golpe, poi ha clamorosamente (e misteriosamente) ritrattato.

La Commissione, che nasceva come idea bipartisan, ha trovato l’opposizione di buona parte del partito repubblicano. Tendenzialmente per due motivi. Il primo è perché Trump ha ancora un peso rilevante all’interno del partito e della base elettorale e perché fino a questo momento l’ex capo della Casa Bianca sta colpendo qualsiasi rivale. Le elezioni di mid-term rischiano di essere disastrose per Biden e la pazza idea del tycoon di nuovo in corsa per il 2024 inizia a essere non più così remota. Il secondo motivo è che molti ritengono che l’inchiesta sia orientata non a scoprire la verità dei fatti, ma a incolpare Trump. Un metodo che dimostrerebbe l’assenza di imparzialità. L’attualmente composizione (sette dem e due repubblicani) non aiuta certo a chiarire i dubbi.

Nel frattempo però l’organismo della Camera lavora, pur con tutte le difficoltà, muovendo un vero e proprio esercito di testimoni e specialisti. Come scrive il Corriere della Sera, sono 300 le persone chiamate a testimoniare sui fatti, 40 gli specialisti arruolati per verificare diverse piste in cui si dirama l’inchiesta. Per ora sono 35mila i documenti ottenuti e alcuni retroscena danno un quadro sempre più complesso della vicenda e del “cerchio magico”. La figlia del presidente, Ivanka, avrebbe chiesto al padre di desistere da quella marcia e di fermare l’assedio a Capitol Hill. Alcuni giornalisti di Fox, il canale che ha sempre avuto un filo diretto con l’ala trumpiana, avevano addirittura fatto appello al capo dello Stato per fermare l’assalto. Resta poi il dubbio sul ruolo del capo della Casa Bianca nel fermare la richiesta di rinforzi, e quindi il ruolo del vicepresidente Pence. Solo dopo alcune ore Trump, forse resosi conto di quanto stava accadendo, decise di parlare e chiedere alla folla di fermarsi. Ma era troppo tardi: gli Stati Uniti e il mondo osservavano con stupore quanto stava accadendo nella capitale dell’Occidente.

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