Nella giornata di mercoledì le Hawaii sono state il teatro di un incontro di alto livello fra il segretario di Stato degli Stati Uniti, Mike Pompeo, ed uno dei più influenti diplomatici cinesi in circolazione, Yang Jiechi. L’evento è di una certa rilevanza, poiché avviene sullo sfondo delle crescenti pressioni internazionali su Pechino, alle quali si è aggiunta la rinnovata tensione con Nuova Delhi lungo la frontiera della discordia, e sulla stessa amministrazione Trump, sulla quale pesa come un macigno la prossima uscita nelle librerie del libro scandalistico dell’ex consigliere per la sicurezza nazionale, John Bolton.

L’incontro e gli argomenti trattati

L’incontro fra Pompeo e Yang è stato avvolto da un manto di segretezza e questo rende il fatto estremamente interessante. Infatti, il capo della diplomazia statunitense non è stato accompagnato da giornalisti nel corso del viaggio e la stessa copertura mediatica è stata molto limitata.

Il luogo dell’incontro è stata la base Hickam, un’importante installazione dell’aviazione militare statunitense che si trova a Honolulu, dove i due diplomatici hanno discusso per un totale di sei ore. Si è discusso di tutti quei temi alla base del confronto fra i due paesi ma, due in particolare, hanno caratterizzato e motivato il faccia a faccia: la pandemia e lo Xinjiang.

Pompeo ha dato voce ai malumori del presidente Donald Trump in relazione allo scoppio della pandemia, “sottolineando la necessità di piena trasparenza e condivisione delle informazioni per combattere il Covid19 e prevenire future epidemie”, ribadendo i dubbi che attanagliano l’amministrazione circa le reali origini del virus. Pompeo ha, comunque, voluto rassicurare Yang che è nell’interesse degli Stati Uniti il raggiungimento di “accordi pienamente reciproci fra i due paesi nelle interazioni commerciali, diplomatiche e nella sicurezza”.

L’incontro può essere interpretato come un tentativo, da parte dell’amministrazione Trump, di mantenere aperta la porta del dialogo. Il fatto è che il faccia a faccia non è stato allestito nel migliore dei climi, alla luce delle ultime iniziative della Casa Bianca nello Xinjiang, ad Hong Kong e in altri settori, e non sorprende che sia stata la diffidenza l’elemento caratterizzante della postura di Yang, che avrebbe espresso “grande insoddisfazione” per tutto ciò.

La scelta di inviare Yang a colloquiare con Pompeo è molto significativa: è stato ambasciatore a Washington fra il 2001 ed il 2005, ministro degli esteri fra il 2007 ed il 2013, rinomato per essere un grande conoscitore della storia statunitense ed il potere dietro la corona che negli anni recenti ha mediato fra i due paesi, suggerendo a Xi Jinping come muoversi ed introducendosi nelle trattative per porre fine alla guerra commerciale.

Yang ha ribadito che Hong Kong e Xinjiang sono e restano delle questioni interne alla Cina, poiché in gioco ci sono la difesa del territorio e la sicurezza esterna; perciò Pechino andrà avanti con l’implementazione della cosiddetta legge sulla sicurezza interna. Secondo Zhao Lijan, il portavoce del ministero degli esteri, Yang avrebbe comunicato a Pompeo che anche Taiwan è una materia di pertinenza esclusiva alla Cina.

Nonostante le vedute totalmente divergenti e contrapposte, i due diplomatici hanno ritenuto “costruttivo” l’incontro alla luce del risultato raggiunto: l’impegno reciproco a migliorare le relazioni bilaterali.

Il peso del fattore Cina alle prossime elezioni

I presunti legami fra la Casa Bianca e il Cremlino hanno guidato l’agenda politica del Partito Democratico dal 2016 ad oggi ma la caduta del Russiagate e il fallimento del tentato impeachment hanno spinto i detrattori di Trump a provare un’altra strada: la Cina. Il 23 giugno è prevista l’uscita nelle librerie di The Room Where It Happened di John Bolton, ricco di presunte rivelazioni sui retroscena della diplomazia trumpiana che, al di là della loro veridicità, rischiano di causare un terremoto alle prossime elezioni.

Le accuse di Bolton sono molto gravi e, al momento, circola soltanto una parte di esse: Trump avrebbe chiesto a Xi una mano per vincere le presidenziali “aumentando gli acquisti cinesi di soia e grano [alla luce] dell’importanza degli agricoltori nel risultato elettorale”.

Non è dato sapere quanto ci sia di vero nelle rivelazioni di Bolton, ma una cosa è certa: la carta Russia ha danneggiato in maniera profonda l’immagine e la reputazione del presidente e, adesso, l’utilizzo di una nuova arma, proprio a ridosso delle elezioni più incerte ed intense della storia recente del paese, fra pandemia e scontri socio-razziali, rischia di segnare la fine dell’era Trump.

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