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La polizia serba di Bosnia ha deciso di acquistare migliaia di nuovi fucili automatici. Un carico che arriverà dalla Serbia e che, per l’Unione europea, dimostrerebbe che l’influenza russa sulla regione non sta affatto diminuendo. Secondo quanto riportato dal Guardian, il carico sarebbe composto da 2.500 fucili automatici e dovrebbe arrivare nella Repubblica Srpska già a marzo, poche settimane prima dell’apertura di un nuovo centro di formazione dove dovrebbe essere presenti anche consiglieri militari russi.

La scelta di comprare questo nuovo carico di armi arriva in un momento particolarmente delicato per la Bosnia, dove le divergenze fra componenti etniche sono tornate a centralizzare il dibattito politico e dove sembra difficile credere l’accordo di Dayton possa durare ancora a lungo. La Bosnia-Erzegovina subisce in particolare due forze contrapposte dall’esterno, una da parte dell’Unione europea e una da parte della Russia, per cercare di imporre le rispettive influenze. In questo processo, i due blocchi fanno leva, ovviamente, sulle forze interne: l’Europa su Sarajevo, la Russia sulla repubblica serba di Bosnia. Un confronto continuo e che negli ultimi mesi si è ulteriormente rafforzato grazie anche al programma di Bruxelles per una nuova fase di “europeizzazione” dei Balcani che porti all’inserimento della regione nell’Unione. Un processo che, a detta della Commissione europea, dovrebbe basarsi su una sorta di “meritocrazia” e che però lascia più dubbi che certezze per una regione estremamente complessa come quella balcanica.

Come riporta la testata britannica, gli attivisti serbo-bosniaci contrari all’attuale governo locale, il governo centrale bosniaco e i diplomatici occidentali credono che il progetto del governo della Repubblica Srpska sia quello di creare una nuova unità di polizia pesantemente armata che serva a consolidare la posizione del leader separatista serbo-bosniaco Milorad Dodik in vista delle elezioni di ottobre. Un obiettivo di breve termine che potrebbe però averne anche uno, ulteriore, in prospettiva più ampia. Gli stessi che si oppongono a questa scelta del governo di Dodik, infatti, temono che la forza di polizia possa essere utilizzata per promuovere gli obiettivi di indipendenza della repubblica. Dodik ha confermato l’acquisto delle armi, segnalato per la prima volta dal sito del Žurnal, aggiungendo che avrebbe intrapreso ancora altre azioni per armare la polizia per “la lotta contro il terrorismo“. “È un’azione completamente legittima e non abbiamo nulla da nascondere”, ha detto Dodik. Che ha quindi negato ogni possibile utilizzo della forza in chiave separatista.

La Russia di Vladimir Putin ha stretto con la Repubblica Srpska un rapporto di grande collaborazione. A dimostrazione di questo partenariato costruito in questi ultimi anni, il fatto che Dodik abbia incontrato Vladimir Putin almeno sei volte dal 2014.  Nel 2015, il ministro degli Interni della parte serba della Bosnia, Dragan Lukač, ha firmato un accordo di cooperazione con Mosca che prevedeva che gli specialisti russi fornissero un addestramento antiterrorismo ai poliziotti della regione. Secondo un attivista serbo dell’opposizione, in Bosnia sarebbe già in allestimento un centro per i russi sulla falsariga di quello di Nis in Serbia, una base che l’intelligence Usa ritiene un centro per le operazioni dei servizi russi nei Balcani. Le accuse, per ora, non hanno prove certe. Un diplomatico occidentale in Bosnia ha detto che “non ci sono prove concrete” fino a questo momento che i russi stiano creando un hub dell’intelligence di Mosca simile in Bosnia. “Ma stiamo osservando da vicino”, ha aggiunto il diplomatico.

Il problema è che da molti anni sia il governo centrale che quello della Repubblica Srpska hanno varato un piano di ricostruzione dei propri arsenali che preoccupa tutti coloro che sono interessati alla tutela del territorio bosniaco e alla fragilissima stabilità dello Stato. Le minacce sono molte. Alla latente tensione etnica, si è aggiunta in questi ani anche una pericolosa infiltrazione jihadista che sta minando le basi della convivenza interreligiosa del Paese. Il pericolo terrorista esiste, e, come riportato più volte, esistono postazioni legate alle sigle del terrorismo islamico in alcune aree della Bosnia. Questo fattore, unito a una stagnazione economica profonda e alle lacune espresse dall’accordo di Dayton rendono lo Stato una costruzione difficilissima da mantenere in piedi, con le superpotenze, in particolare Usa e Russia, interessate al controllo su tutto il paese o su almeno una parte di esso.

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