Durante il World Petroleum Congress tenuto il 10 luglio a Istanbul il presidente Erdogan ha voluto sottolineare come la Turchia sia “un ponte naturale tra produttori e consumatori di energia” in grado di svolgere questo compito grazie alla sua posizione geopolitica.

Quale migliore occasione se non un evento internazionale di questo calibro per consolidare e, perché no, ripensare gli equilibri che regolano il settore energetico turco che, dopo esser stato sfruttato per decenni come clava propagandistica, necessita di essere riorganizzato. Ad aver partecipato all’incontro, dove a fare gli onori di casa c’era il ministro dell’energia turco Berat Albayrak, figurano l’omologo russo di Albayrak, Aleksander Novak, il segretario di stato Usa Rex Tillerson, insieme all’amministratore delegato di Exxon Mobile, Darren Woods, l’ad di Saudi Aramco Amin Nasser e l’ad di Shell, Ben van Beurden.

La Turchia è un attore molto vulnerabile in ambito energetico. Erdogan e il suo partito hanno usato continuamente il settore dell’energia come strumento di propaganda per guadagnare consensi; con successo, ma a discapito di una politica energetica sostenibile a lungo termine. Il partito di Recep ha spesso utilizzato la carta dello sviluppo economico – con il miglioramento delle infrastrutture e quindi anche di gasdotti e oleodotti – per conquistare il voto dei cittadini turchi. Secondo il leader turco infatti è merito delle politiche adottate dal partito per la Giustizia e lo Sviluppo (Akp) se la Turchia è riuscita a raggiungere i “parametri occidentali.” Uno dei progetti più pubblicizzati fu proprio la Trans-Anatolian Pipeline (TANAP). Il settore energetico turco è sotto il controllo pressoché totale di Erdogan e del suo genero, attuale ministro dell’energia, Berat Albayrak. Questo perché lo stato, considerato come un’istituzione “sacra” (o almeno così vorrebbe Erdogan) si erge a guardiano delle politiche economiche dell’intera penisola Anatolica. Il processo di privatizzazione cominciato in Turchia negli anni ’80, in realtà non è mai stato promosso concretamente dal governo.

Uno dei promotori della privatizzazione fu Kemal Dervis, ex ministro dell’economia il cui obiettivo era riuscire a diminuire la quota di mercato della Botas Petroleum Corporation nelle mani dello stato. La sua volontà era quella di ridurre la proprieta dello stato al 10% della compagnia petrolifera; ad oggi, però, il controllo su di essa non è diminuito, ma aumentato. Questo perché il settore energetico è stato lasciato fuori dal programma di privatizzazioni motivo per cui oggi, in Turchia, tutto ciò che concerne l’energia è deciso dalle maggiori compagnie (Tetaş e BOTAŞ), di fatto sotto il controllo governativo. Il gas naturale rappresenta il 50% del consumo di energia per il paese; per questo Ankara sta finalizzando la costruzione della centrale nucleare di Akkuyu– nel tentativo di ridurre la dipendenza dal Gnl con altre fonti – progetto a cui partecipa anche il governo russo. Il 51% della proprietà sarà infatti nelle mani di compagnie russe, mentre il restante 49% rimarra sotto il controllo statale.

Erdogan ha sempre portato avanti una politica estera strettamente legata alla politica energetica, come d’altra parte la maggior parte dei leader del pianeta. Il Sultano desiderava entrare nell’Unione europea perché era consapevole della volontà di Bruxelles: far diventare la Turchia il nuovo hub dell’area, minando di conseguenza l’influenza russa in Europa centrale e orientale. Ma la Turchia era ed è fortemente dipendente dal gas russo, elemento che l’ha spinta alla ricerca di altri percorsi. Per non considerare i nuovi calcoli che è stata costretta a fare a causa del conflitto siriano.

Il governo è in grado di esercitare una grande influenza sui prezzi del gas. Il monopolio dello stato nel settore dell’energia permette a quest’ultimo di stabilizzare i prezzi, ovviando al problema della volatilità del mercato; in questo modo può influenzare il voto dei cittadini, riconoscenti per non dover pagare il gas a prezzo di mercato. Una forte manipolazione dei prezzi è stata adottata dal partito di Erdogan durante le elezioni del 2009, consegnandogli di fatto un ottimo risultato elettorale.

Teoricamente la situazione non cambierà fino a che compagnie come la BOTAŞ potranno essere utilizzate come strumenti politici. È anche vero però che l’economia turca non è più in grado di sostenere da sola il meccanismo che finora ha utilizzato. L’unico modo per fare fronte ai debiti sarebbe proprio una progressiva privatizzazione della compagnie, passo in avanti per il settore energetico turco ma probabile problema per Erdogan. La BOTAŞ è di centrale importanza per la sopravvivenza dell’Akp: abbandonando il controllo sulla compagnia non potrebbe più esercitare influenza sui prezzi, che in questo modo salirebbero schiacciando la popolazione medio-bassa turca, che rappresenta la fetta piu grande dell’elettorato del partito per la Giustizia e lo Sviluppo.

La Turchia di Erdogan non puo permettersi di abbandonare completamente il controllo sulla Botas Petroleum Corporation; d’altra parte deve trovare il modo di ridurre il debito pubblico accumulato.Tra gli osservatori piu interessati figura Gazprom,  che si è gia dimostrata interessata ad acquistare una quota della compagnia. Non è da escludere l’ipotesi, inoltre, dello smembramento delle due grandi compagnie in tante e più più piccole entità più facili da gestire.

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