La Corea del Nord è ormai uno dei punti caldi dell’agenda internazionale di Donald Trump. Forse il più caldo fra tutti quelli che stanno interessando la nuova amministrazione americana. E mentre Kim Jong-un mette in atto i suoi piani missilistici lanciando razzi per i test balistici, gli Stati Uniti stanno installando un sistema antimissile nella Corea del Sud che protegga gli USA e i suoi alleati dalla minaccia dei missili di Pyongyang. La batteria si trova nella zona di Seongju, provincia di Gyeongsang del Nord.Il sistema antimissile statunitense, denominato THAAD, ha però aperto una serie di nuovi fronti della diplomazia americana, provocando reazioni da parte di Pechino e da parte della stessa Seoul. La Cina si è dichiarata da subito molto diffidente e contrariata da questa scelta da parte degli Stati Uniti, perché reputa che l’installazione di un sistema antimissile così vicino ai suoi confini voglia in qualche modo essere un messaggio alla Cina più che alla Corea del Nord. Pechino teme che sia l’inizio della nascita di uno scudo antimissile come quello che, dall’altra parte del mondo, ha reso incandescenti le relazioni fra NATO e Russia.La Corea del Sud non ha accolto benevolmente le installazioni da parte degli americani. Fra Seul e Washington è nato un acceso scontro diplomatico per quanto riguarda la scelta di chi debba sobbarcarsi della spesa per il sistema antimissile. Ovviamente, da parte americana c’è tutto l’interesse affinché la Corea del Sud paghi quanto sostenuto dal Pentagono per difendere gli alleati. Trump è stato categorico nel definire quali, secondo lui, dovrebbero essere i parametri della scelta. The Donald, intervistato da Reuters, aveva già fatto intendere senza mezzi termini che, giacché si tratta di un sistema antimissile per difendere la Corea del Sud, e visto il costo molto alto (quasi un miliardo di dollari), dovrebbe essere Seoul a prendersi l’impegno di pagare tutta la cifra. Poi ha deciso di ritrattare quanto detto, ed ha affermato che sarebbe “appropriato” che la Corea del Sud pagasse per qualcosa che utilizza.Naturalmente, la Corea del Sud ha respinto al mittente le proposte avanzata da Trump. Il ministro della Difesa ha fatto capire che non è pensabile che Seul paghi un sistema che non ha voluto ma che è stato deciso unilateralmente dagli Stati Uniti. Secondo il governo coreano, i piani statali sul dispiegamento di missili non sono mai stati modificati dall’esecutivo, e quindi, trattandosi di una scelta di Washington, deve essere Washington a farsene carico.Tutte le forze politiche coreane hanno manifestato il loro disappunto per questa scelta americana. Prima contro il dispiegamento delle batterie antimissile, poi con il fatto che debba anche essere pagato dallo Stato coreano. Fra i più grandi oppositori al progetto, c’è tra gli altri il leader del partito democratico coreano, Moon Jae-in, candidato alle elezioni presidenziali. Forte dei sondaggi a suo favore e della possibilità di vincere dopo un decennio di conservatorismo al potere, Jae-in ha detto apertamente che, in caso di vittoria, metterà subito mano al progetto antimissile, bloccandolo, e facendo in modo di riaprire il dialogo con Pyongyang. Un dialogo che, secondo i democratici, si è interrotto a causa della politica del presidente Park Geun-hye.Ma anche il centrodestra coreano si è schierato compatto con il fronte dell’opposizione al sistema THAAD. In particolare il giornale “filogovernativo” JoongAng Ilbo ha scritto nelle sue pagine che l’America non può chiedere che la Corea del Sud paghi per un sistema missilistico che, fondamentalmente, serve come scudo per le stesse truppe statunitensi di stanza in Corea. Poiché l’accordo militare fra Seul e Washington prevede che il governo coreano paghi circa 800 milioni di dollari l’anno per sostenere il costo dei quasi trentamila soldati statunitensi presenti nel Paese, il governo non ritiene che la spesa dello scudo possa gravare sulle tasche dei contribuenti.Un discorso che sembra far breccia nei cuori dei milioni di elettori che presto andranno alle urne per votare il presidente. Se vincerà Moon Jae-in, la Corea del Sud avrà un presidente che ha scritto un libro su come bisogna dire “no” agli Stati Uniti, e questa volta, sembra che le chance siano molte. La speranza per tutti  che quindi giunga a un accordo prima della rinegoziazione del 2018 e prima che le elezioni possano cambiare radicalmente il quadro politico di Seoul: con ripercussioni in tutta l’area del Pacifico interessata dalla crisi coreana.

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