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Il vero pericolo per la Corea del Sud potrebbe non provenire dai missili di Kim Jong-un, ma da tutte le conseguenze su scala continentale che si stanno creando come un effetto domino da questa crisi. Seul convive da decenni con il vicino nordcoreano, e lo fa con una sostanziale certezza che una guerra su larga scala non ci sarà: vuoi per la minaccia di una catastrofe nucleare, vuoi per l’intervento dell’ombrello Usa, vuoi per la stessa volontà di Cina e Russia e dell’intera comunità internazionale di evitare un’escalation militare in quel determinato settore del mondo. Se però da un punto di vista militare, per ora, non si può ritenere che la minaccia sia effettivamente produttiva di conseguenze negative, non si può dire, al contrario per l’economia e per le relazioni internazionali della Corea del Sud, che stanno invece subendo in via primaria i risultati di questo clima di tensione ormai costante a cavallo del 38° parallelo.

Il primo problema, di ordine economico, risiede nella crisi dei rapporti commerciali con la Cina. Il colosso cinese è, infatti, il primo partner economico di Seul, con il quale ha un interscambio commerciale di circa 300 miliardi di dollari. Basta semplicemente osservare i dati del 2015 sul turismo in Corea del Sud per comprendere quanto sia importante il mantenimento delle buone relazioni con Pechino e quanto esso abbia subito un contraccolpo profondo a causa della tensione diplomatica fra i due Paesi. Due anni fa, dei 17 milioni di turisti che hanno visitato la Corea, la metà era proveniente dalla Cina. Milioni di turisti che, soltanto nel 2015, hanno speso nel territorio sudcoreano circa 13.7 miliardi di dollari incidendo di circa mezzo punto percentuale sul Pil di tutta la Corea del Sud. Poi, tutto è cambiato con l’inizio del dispiegamento del sistema THAAD nel Paese. Da quel momento, le relazioni sino-coreane sono scese vertiginosamente, in quanto il governo di Pechino ha ripetutamente affermato di ritenere il sistema anti-missile sponsorizzato dagli Stati Uniti come una minaccia per la sicurezza nazionale cinese e per i propri sistemi missilistici.

Con l’avvento del THAAD, la Cina ha intrapreso una campagna di boicottaggio della Corea del Sud che ha scalfito in modo abbastanza sensibile l’economia di Seul. E l’ha fatto colpendo tutto, dalle trasmissioni televisive coreane ai loro film, fino al boicottaggio di una catena di negozi (Lotte Group) che aveva ceduto al governo di Seul la proprietà di alcuni suoi terreni per installarci il sistema anti-missile. Infine, come ultima misura, il governo cinese ha iniziato il boicottaggio turistico, con un crollo dei visitatori cinesi che ha toccato il 66% soltanto a marzo del 2017. Tutte queste misure hanno poi colpito, in via generale, la percezione dei cinesi da parte d’imprenditori e cittadini sudcoreani, e viceversa, provocando una discesa dei rapporti commerciali fra i due Paesi che, ricordiamo, è uno degli interscambi più importanti, soprattutto per Seul. Se, infatti, la Cina, pur non senza difficoltà, può sopperire abbastanza bene alla perdita di import-export con la Corea del Sud, altrettanto non può dirsi per Seul, che ha i suoi altri maggiori partner nel Giappone, negli Usa, nell’Unione Europea. Anche soltanto da un punto di vista logistico, avere le infrastrutture, le aziende e i porti cinesi vicino comporta una diminuzione dei costi importanti.

A questi problemi economici, si aggiunge poi un profilo politico non indifferente legato al fatto che la Corea del Sud, tendenzialmente, non è un Paese che consideri gli Stati Uniti un alleato così richiesto. La presenza di decine di migliaia di soldati statunitensi in Corea del Sud, così come il dispiegamento del THAAD e la presenza della flotta della Us Navy sono sì considerati un ombrello importante per la salvaguardia della popolazione, ma, nello stesso tempo, sono anche visti come una sorta di arma a doppio taglio per i sudcoreani. L’elezione di Moon serviva proprio per dare un segnale di come la Corea del Sud non volesse essere considerata parte di una guerra che non vuole, e sono in molti fra i parlamentari e i funzionari militari di Seul a temere che gli Usa trattino il loro Paese come una sorta di vittima obbligata del conflitto più come alleato da difendere. Anche dal punto di vista esclusivamente militare, i coreani temono da sempre che gli Stati Uniti possano decidere autonomamente l’inizio di uno strike preventivo contro Pyongyang senza il loro benestare. E questo crea una certa apprensione, tanto che in molti sperano che Seul si doti di un proprio arsenale nucleare per liberarsi dal cappello del Pentagono. La stessa politica muscolare imposta dalla nuova amministrazione Trump, se da un lato è vista come un segnale di forza, dall’altra è vista come uno dei motivi per cui non si possa raggiungere una soluzione a breve termine, lasciando però la Corea del Sud in balia di potenze estranee – in teoria – alla questione coreana. Perché il problema vero della crisi coreana, è che molto spesso ci si dimentica che la questione è fra Pyongyang e Seul, mentre gli altri attori mondiali sono interessati al conflitto ma non vittime reali. Per ora a perderci sono state solo le due Coree, e questo, a lungo andare, mina i rapporti di fiducia in particolare della parte meridionale, che vive sui binari della diplomazia e del commercio.

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