La guerra in Ucraina vede l’Occidente e la Russia contrapposti sull’aggressione a Kiev. Ma l’Occidente è un concetto che rischia di non sintetizzare affatto le posizioni di Europa e Stati Uniti, che anzi in questa fase appaiono comune sulla condanna a Mosca ma non così convergenti su altri punti. In primis il tema del gas, dove alle posizioni di intransigenza degli Stati Uniti e della Nato, così come del Regno Unito e di alcuni Paesi dell’Europa orientale, si aggiungono le posizioni ben più moderate della Germania e di chi importa idrocarburi dai giacimenti russi. Gli Stati Uniti offrono il loro gas per soddisfare il mercato europeo e chiedono ad altri partner mediorientali (E non solo) di supplire all’eventuale sganciamento del Vecchio Continente dall’energia russa. Ma è chiaro che il costo dell’oro blu moscovita che arriva direttamente via gasdotti in Europa non è paragonabile a quello delle navi di GNL o di altri progetti infrastrutturali in via di definizione. A ciò si unisce il nodo geopolitico dell’essere hub del gas: la Germania, per esempio, è vero che si era legata anima e corpo alla Russia col Nord Stream 2, ma sarebbe anche diventata il principale centro di smistamento del gas russo in Europa.

Il gas è centrale ma non è l’unico tema che può far comprendere le diverse partite che si giocano in questo momento sulla questione ucraina. Per esempio, a molti osservatori non può sfuggire la rinnovata sinergia franco-tedesca e il dinamismo di Emmanuel Macron e Olaf Scholz nel dialogo con il presidente russo Vladimir Putin (e non solo). Il presidente francese e il cancelliere tedesco hanno parlato con Putin ma anche con Xi Jinping. Oggi Scholz ha incontrato il presidente turco Recep Tayyip Erdogan, che condanna l’attacco russo all’Ucraina ma spera nell’essere un mediatore di questo conflitto. Macron, invece, ha sentito nuovamente il presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, e quello ucraino, Volodymyr Zelensky.

Un dinamismo che ha due ragioni. Una è certamente di politica interna (e per Macron anche elettorale). Mostrarsi in grado di decidere le sorti dell’Europa e di un conflitto che sta sconvolgendo non solo l’Ucraina ma anche il continente è un segnale di fiducia che gli elettori e i partiti premiano. Per Scholz serve come garanzia per sganciarsi da un’eredità pesante come quella di Angela Merkel. Per Macron, invece, significa assicurarsi la vittoria a un’elezione presidenziale che, fino a qualche mese fa, appariva decisamente complessa per il capo dell’Eliseo.

Ma la politica interna non è l’unica cosa che conta. In gioco anche quella internazionale. E si muovono diversi elementi. Innanzitutto l’asse franco-tedesco si conferma vero motore della diplomazia europea, come già scritto nero su bianco nel Patto di Aquisgrana firmato da Macron e Merkel. Berlino e Parigi condividono posizioni e desideri sull’Unione europea, al punto da avere ormai completamente sostituito il ruolo di sintesi che avrebbero dovuto avere le autorità Ue. Un’altra partita, invece, è quella che si svolge tra Ue e Nato. Perché in questo momento è l’Alleanza Atlantica a fare la voce grossa, mentre Bruxelles sembra arrancare. La questione è fondamentale perché il rafforzamento Nato, in questa fase, rischia di essere un monito per l’autonomia strategica europea, che è invece il vero obiettivo dell’agenda francese per l’Ue. Il blocco occidentale appare compatto, ma appare compatto quello guidato da Bruxelles sponda Nato e con il placet di Washington. Francia e Germania, invece, tentano di riportare al centro la diplomazia europea, anche per ribadire le linee rosse che hanno contraddistinto in questa fase la diplomazia europea anche rispetto alla Russia.

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