C’è una costante che domina l’Europa. E che va di pari passo con il cambiamento politico in atto in tutto il continente. La sinistra sta fallendo o ha già fallito, e lo ha fatto perché ha perso completamente il contatto con la realtà che la circonda, facendosi élite quando doveva essere il frutto più elevato del suo stesso popolo. Le elezioni europee rischiano di essere solo l’ennesimo colpo che cala sulla socialdemocrazia europea.

Un colpo che potrebbe essere fatale, dopo che già da tutti gli Stati europei sono arrivati dei piccoli o grandi cataclismi. Segnali che dovevano far correre ai ripari questa sinistra fin troppo sicura di se stessa. E che invece a nulla sono serviti, se non a costruire un muro ancora più alto che divide i partiti tradizionali della sinistra continentale con il popolo che vuole rappresentare.

Le ultime votazioni avvenute nei singoli Stati dell’Unione europea hanno fornito un’immagine a dir poco cristallina del fallimento di questo mondo socialdemocratica. Il vento che ha spazzato via i partiti tradizionali e che li ha condannati a un ruolo subalterno hanno attraversato la Scandinavia, la Germania, l’Austria, l’Europa orientale, sono scesi in Grecia e sono anche arrivati in Italia, come dimostrato dalle elezioni del 2018. E mentre la Francia scopre il populismo/sovranismo dei gilet gialli, la Spagna riscopre la destra dopo anni in cui sembrava votata al progressismo.

Quello che è in corso in Europa è un movimento complesso e non per questo facile da comprendere. Le istanze sono diverse come sono differenti i metodi e gli obiettivi di questi movimenti che cercano di sostituire le élite e colpirle. Ma quello che è certo è che tutto parte da una premessa di base: la sinistra, che oggi si confonde e rappresenta questo mondo, ha fallito ovunque ha governato. Consegnando quindi ancor più per suoi demeriti che meriti altrui, il potere agli altri.

Un fallimento che spiega benissimo Antonio Pilati nel suo “La catastrofe delle élite”. Una serie di disastri la cui ragione profonda è rappresentata da due “catastrofi culturali” che hanno letteralmente annichilito la sinistra del Vecchi Continente. La prima catastrofe è rappresentata dal crollo dell’Unione sovietica, quando i partiti socialisti si ritrovano a dover fare i conti col fallimento plastico della loro idea di un’economia pubblica capace di inglobare tutto nel nome dell’uguaglianza e dell’internazionalismo.

In quel momento, le sinistre europee “scoprono che privatizzare è bello, seguono con fiducia la terza via di Tony Blair e puntano tutto sui consumi, gonfiati con ampie quote di debito, come fattore di coesione sociale”, spiega Pilati a La Verità. Ma in questo modo, creano le premesse per la seconda catastrofe, che “investe il cosmopolitismo irenico convinto che la diffusione mondiale degli scambi, sostenuta da una finanza sempre più creativa e sicura di aver scoperto il modo di azzerare i rischi, costituisca la chiave per assicurare il benessere mondiale attraverso una crescita continua”.

La crisi economica, esplosa in Europa nel 2010 rappresenta il crescendo perfetto di una catastrofe le cui premesse già esistevano ma che nessuno ha voluto fermare. Sotto il profilo economico, l’Europa si è scoperta debole e la popolazione europee, soprattutto la classe media, si è scoperta incredibilmente colpita da una crisi che non pensava di poter subire. Si è ridotto il potere d’acquisto, si sono ridotti i posti di lavoro, lo Stato non è riuscito più a garantire il benessere precedente. E la globalizzazione imperante ha dimostrato tutti i suoi lati oscuri, mietendo le sue vittime nelle parti profonde dei Paesi, che iniziano a ribellarsi a quelle stesse élite, in larga composte oggi dalla socialdemocrazia, che ha alimentato fino all’ultimo questo sogno.

Una globalizzazione che ha avuto effetti e vittime non solo in campo economico, ma anche in campo politico e migratorio. Le élite della sinistra europea hanno per anni contribuito a creare una sorta di mitizzazione del continente per cui l’accoglienza era possibile sempre e in ogni caso. Si è voluta dimenticare deliberatamente delle capacità di integrazione e delle reazioni delle popolazioni europee alimentando un mondo che esisteva sono nella teoria ma non nella pratica. E le migrazioni di massa dal Nord Africa e dal Medio Oriente hanno invece svelato, come un vaso di Pandora, tutte le incertezze e le fragilità dell’Europa. 

Il problema è che le élite rappresentate oggi dal centrosinistra europeo e mondiale continuano a non interrogarsi sui motivi profondi dei loro fallimenti. Hanno perso completamente il contatto con le classi sociali che dovevano essere il loro punto di riferimento. E questo vale in ogni Paese europeo in cui si ritrovano a dover scendere nell’agone politico. Sanno che hanno fallito, ma ritengono sia più saggio trincerarsi nella torre d’avorio invece di comprendere le ragioni che fanno sì che un popolo decida di abbandonare i sogni cosmopoliti per preferire il sovranismo, o perché alle élite della socialdemocrazia venga preferito un movimento di protesta o scelte di rottura. E se continueranno così, saranno destinate, inesorabilmente, all’annichilimento.

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