Nella notte tra domenica e lunedì mattina, un bombardamento aereo colpisce la base T-4 in Siria, non lontano da Palmira. Gli Stati Uniti negano il loro coinvolgimento. La Francia nega il suo coinvolgimento. Russia e Siria non hanno dubbi: sono stati due aerei di Israele, che hanno lanciato i loro missili dallo spazio aereo libanese.

Israele tace. Non smentisce ma neanche conferma. Segno evidente che effettivamente le forze israeliane sono coinvolte nel raid. Non che sia la prima volta: Israele ha ripetutamente colpito in territorio siriano anche prima della guerra. E quella base è da sempre sotto la lenta di ingrandimento delle Israel defense forces (Idf) perché considerata l’avamposto iraniano in Siria.

E se vogliamo, la firma di quell’attacco è proprio visibile sulle vittime del raid: sette consiglieri militari iraniani. Non c’è quindi nulla di etico in questo attacco, c’è una dimostrazione di forza nella vera guerra che si sta svolgendo in Medio Oriente: quella tra Iran e Israele. Che adesso, inutile negarlo, svela definitivamente le sue carte. Non si può più considerare una guerra per procura, quella in cui due jet di uno Stato bombardano la base di un nemico. 

Già due volte in passato – marzo 2017 e febbraio 2018- Israele si è assunto la responsabilità di attaccare proprio quella base. E lo strike di febbraio è stato particolarmente importante: l’aviazione israeliana ha distrutto un centro di controllo iraniano ma un loro F-16 è stato abbattuto.  La guerra, evidentemente, sta evolvendo in qualcosa di molto più diretto.

Israele ha sempre posto delle linee rosse all’azione di Bashar al Assad in Siria. La presenza della Russia ha costituito per anni l’unico ostacolo fra Israele e una possibile guerra in Siria. E per anni Benjamin Netanyahu ha accettato con grandissima riluttanza la presenza russa in Siria. Soprattutto perché i russi, alleati dell’Iran, della Siria e quindi anche partner di Hezbollah, garantivano con la loro anti aerea e le aree di de-escalation la possibilità che le forze sciite si addensassero vicino al confine israeliano.

Il presunto attacco con armi chimiche su Douma è stato solo il casus belli. Ma non dimentichiamoci che l’aeronautica israeliana da anni bombarda convogli di forze iraniane e Hezbollah per privare questi ultimi della possibilità di ottenere armi, tecnologie o missili da Teheran. È la guerra di Israele in Siria. Una guerra particolare, mai sostanzialmente dichiarata, ma che di fatto convive a quella della riconquista da parte dell’esercito siriano e di quella dei blocchi fra coalizione a guida Usa e blocco di Astana.

Una guerra nella guerra, che però adesso sta diventando decisiva. Il raid sulla base T-4 è un segnale importante. Le notizie di questo presunto attacco chimico sono arrivate proprio a pochi giorni dall’annuncio di Donald Trump di voler ritirare le truppe dalla Siria. Una scelta che Netanyahu ha criticato pesantemente anche al telefono con il presidente Usa. Sempre la scorsa settimana, ad Ankara, il vertice trilaterale fra Vladimir Putin, Hassan Rohani e Recep Tayyp Erdogan, aveva segnato una chiara presa di posizione del cosiddetto blocco di Astana. La scelta Usa di ritirarsi dalla Siria si traduceva, di fatto, nel consegnare la Siria a quel blocco che Israele vede come un disastro.

L’attacco in Siria da parte israeliana non è tattico: è un attacco strategico. Israele ha deciso di scendere prepotentemente in campo nello scacchiere siriano. E soprattutto dopo questi tre eventi: annuncio del possibile ritiro Usa, trilaterale di Ankara, presunto attacco chimico a Douma. Per Tel Aviv, la linea rossa è stata superata. E non a caso tutti i vertici israeliani, dopo Douma, hanno chiesto agli Stati Uniti di attaccare la Siria. Bisognerà capire, adesso, quanto sia lo sia per Stati Uniti e potenze occidentali. L’avvicinamento della Uss Donald Cook alle coste siriane non depone a favore di un futuro stabile. 

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