Il presunto attacco chimico di Douma, che l’occidente attribuisce al governo siriano di Bashar al-Assad, riporta d’attualità la questione della “linea rossa”. Il 20 agosto 2012, Barack Obama dichiarò che l’impiego di armi chimiche avrebbe rappresentato per gli Stati Uniti una “linea rossa” tale da rivedere la scelta di non intervenire in Siria. “Siamo stati chiari con il regime di Assad e con gli altri attori regionali”, disse l’allora presidente americano, “per noi è una linea rossa se vediamo spostare o utilizzare armi chimiche. Questo cambierebbe i miei calcoli, modificherebbe la mia equazione”.

La linea rossa di Obama

Nell’agosto 2013 si verificò l’attacco chimico nella Ghouta Orientale, in occasione del quale furono diffuse su internet fotografie di bambini morti provenienti da un’area agricola a est di Damasco sotto il controllo degli islamisti. Al tempo il Fronte islamico, sostenuto dall’Arabia Saudita, accusò il governo di aver gasato dei bambini. Obama, dopo l’annuncio di un imminente attacco militare contro Damasco, alla fine decise di non intervenire. Fu la scelta giusta perché, nell’agosto 2013 il Mas­sa­chus­setts Insti­tute of Tech­no­logy pubblicò un rapporto dal titolo ‘Le pos­si­bili impli­ca­zioni degli errori dell’intelligence sta­tu­ni­tense riguardo all’attacco al gas ner­vino del 21 ago­sto 2013’. 

Secondo l’autorevole Mit, infatti, la git­tata del mis­sile rudi­men­tale tro­vato dagli ispet­tori Onu non poteva essere supe­riore ai due chi­lo­me­tri e considerando la mappa delle forze in campo sul territorio siriano in possesso di Washington il 30 agosto, il punto da cui era partito il missile si trovava nelle aree controllate dai ribelli jihadisti. Una versione confermata anche dall’indagine condotta dal Premio Pulitzer Seymour Hersh che attribuisce ai ribelli e non al governo siriano, l’attacco chimico nella Ghouta del 2013.

La linea rossa di Trump

Durante la campagna per le presidenziali, Trump aveva rimproverato a Obama di essere essersi rimangiato gli impegni in Siria e, una volta alla Casa Bianca, ha deciso di colpire il regime di Assad: un anno fa, il 7 aprile 2017, il presidente senza consultare il Congresso ordinò alla Marina Usa di lanciare 59 missili Tomahawk contro la base aerea da cui si presumeva fosse partito un attacco chimico su Khan Shaykun.

Lo ha fatto contro il parere degli esperti dell’intelligence, i quali avevano comunicato al presidente di non avere alcuna certezza che fosse Assad il responsabile dell’attacco Khan Shaykhun. Come scrive Seymour Hersh in un articolo pubblicato su Die Welt, Trump ha ordinato l’attacco “senza parlare con nessuno. Gli incaricati del piano hanno poi chiesto alla Cia e alla Dia se c’era qualche prova che la Siria avesse avuto a disposizione gas – Sarin in qualche aeroporto vicino o nella zona. L’esercito doveva averlo da qualche parte per bombardare con il gas”. La risposta fu che l’intelligence non aveva alcuna prova per incolpare Assad.

Opzione militare sul tavolo

Negli 11 mesi successivi, ci sono stati altri attacchi chimici attribuiti dagli Usa e dall’occidente a Damasco, di cui sei solo quest’anno con il gas cloro, senza che Washington rispondesse. Ora però Trump è tornato a minacciare di punire Assad e di far pagare pagare “un alto prezzo” ai suoi alleati, Iran e Russia. Per questo si ipotizza un nuovo raid sulla Siria occidentale che arriverebbe a una settimana dall’annuncio del presidente americano di ritirare le truppe americane dal Paese. 

L’opzione militare è sul tavolo, come confermato nelle ultime ore dal Segretario alla difesa James Mattis, il quale ha aggiunto che “occorre capire per quale motivo le armi chimiche sono ancora in uso. La Russia è stata il garante nella rimozione di tutto l’arsenale chimico e quindi deve lavorare con i nostri alleati e partner, dalla Nato al Qatar, per affrontare questo problema”. Ora Trump deve decidere se dare seguito alle minacce, senza tuttavia avere alcuna certezza della responsabilità di Assad nell’episodio di Douma. Se ascolterà il nuovo consigliere per la sicurezza nazionale John Bolton, appena insediatosi, è facile che decida di agire e varcare la famosa “linea rossa”.

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