Per la prima volta in sette anni, la bandiera siriana è tornata a sventolare a Daraa mentre i ribelli islamisti – e le loro famiglie – sono saliti a bordo degli autobus. I convogli sono diretti verso nord, a Idlib, definita una “gigantesca area di dislocamento” da Jan Egeland, Segretario generale di Norwegian refugee council e consigliere speciale delle Nazioni unite. Per l’esercito siriano e il presidente Bashar al Assad la liberazione di Daraa ha un significato simbolico di estrema rilevanza: da quella città  meridionale prossima alle frontiere con la Giordania, il Libano e Israele è iniziata l’insurrezione del 2011, presto sfociata in una lunga ed estenuante guerra per procura. La conquista di Daraa da parte dell’esercito arabo siriano rappresenta altrettanto simbolicamente la sconfitta di chi sognava un “regime change” in Siria nella piena convinzione  che Assad sarebbe caduto in pochi mesi – come accadde in Libia a Gheddafi e a Mubarak in Egitto.

I piani di Obama e Clinton

“Assad must go”. Era il 28 settembre 2015 e l’allora presidente Usa  Barack Obama chiedeva la cacciata del presidente siriano all’assemblea generale dell’Onu. Dovette ricredersi presto, perché il 30 settembre 2015, poco dopo l’autorizzazione della Duma e dopo aver informato il governo americano, gli aerei russi eseguirono i primi raid in territorio siriano. È l’evento che ha cambiato radicalmente le sorti del conflitto e ha determinato il fallimento della strategia di Obama in Siria che prevedeva il supporto “segreto” ai ribelli attraverso l’intelligence, come raccontato dal New York Times

I motivi per i quali il presidente Assad rappresentava un problema per gli Usa avevano poco a che fare con la democrazia e i diritti umani. Nelle e-mail di Hillary Clinton pubblicate da WikiLeaks, l’ex Segretario di stato lo spiega in maniera esplicita: “Torniamo alla Siria. È la relazione strategica tra l’Iran e il regime di Bashar Assad in Siria che rende possibile per l’Iran minacciare la sicurezza di Israele – non attraverso un attacco diretto, che nei trenta anni di ostilità tra Iran e Israele non si è mai verificato, ma attraverso il Libano, attraverso Hezbollah, che è sostenuto, armato e addestrato dall’Iran tramite la Siria. La fine del regime di Assad sarebbe la conclusione di questa alleanza pericolosa”. 

Una sconfitta per gli Usa

A più di sette anni dall’inizio della guerra, è soprattutto la super potenza americana a uscirne sconfitta sul piano politico, non più capace di dettare, nonostante una forza militare ed economica che non ha eguali, le proprie regole come accadde nell’era dell’unilateralismo americano, iniziata alla fine della Guerra Fredda e conclusasi con l’attacco alle Torri Gemelle del 2001. È, soprattutto, la vittoria della Russia di Putin che torna ad essere grande potenza e interlocutore capace di dialogare con tutti gli attori regionali.

Come rileva Stephen Cook su Foreign Policy, “Israele, la Turchia e gli Stati del Golfo guardano ancora a Washington come leader, ma hanno cominciato a tutelare i loro interessi presso il Cremlino. Il primo ministro israeliano è spesso al fianco di Putin; il presidente turco e la sua controparte russa sono, insieme ai leader iraniani, partner in Siria; nell’ottobre 2017 Salman ha visitato, per la prima volta, Mosca; e gli Emirati credono che i russi dovrebbero essere “al tavolo” per discussioni di importanza regionale”. L’era in cui gli Stati Uniti determinavano le regole del gioco in Medio Oriente e mantenevano un ordine regionale, rileva l’esperto, “ora è finita”.

Perché gli americani vogliono un disimpegno

La guerra in Afghanistan, iniziata il 7 ottobre 2001, ha portato alla morte di 2.400 soldati statunitensi e di migliaia di feriti. Oggi i talebani controllano più territorio di prima e il numero delle vittime civili ha raggiunto il picco nel 2017. Anche l’invasione dell’Iraq si è rilevata un fallimento totale che ha destabilizzato l’intera regione e contribuito alla nascita dello Stato islamico. “La situazione in Siria – sottolinea Cook – rivela la profonda ambivalenza degli americani verso il Medio Oriente e di ciò che i funzionari Usa hanno a lungo considerato gli interessi di Washington: il petrolio, Israele e il predominio Usa nell’area”.

Dopo due guerre inconcludenti in 17 anni, osserva l’esperto su Fp, “nessuno può offrire agli americani una ragione convincente per la quale il regime di Assad è il loro problema”.

L’accordo sulla Siria

Il 29 marzo, il presidente americano Donald Trump ha dichiarato che gli Stati Uniti lasceranno la Siria “molto presto”. Trump ha assicurato, con buona dose di pragmatismo, che del Paese siriano è bene che “se ne prendano cura gli altri. Molto presto, ce ne tireremo fuori”. Nonostante il raid missilistico del 14 aprile, in risposta al presunto attacco chimico del 7 aprile a Douma, nella regione della Ghouta orientale – non confermato dagli ispettori dell’Opcw – la volontà del presidente americano non è cambiata. Durante il summit di Helsinki tra Trump e Putin del 16 luglio scorso, si è giunti dunque a un accordo-quadro che riguarda proprio la Siria.

Tale accordo prevede il passaggio alla responsabilità della Russia di tutte le parti della Siria meridionale e sud-occidentale che confinano con Israele e Giordania. Ai russi saranno assegnati tutti i punti strategici per la sorveglianza e il monitoraggio delle aree che vanno dal Mediterraneo orientale al confine con l’Iraq. Qualche giorno dopo Putin ha affermato che la pace e la riconciliazione “potrebbero essere il primo esempio di successo del lavoro congiunto” e che potrebbe portare “al superamento della crisi umanitaria e aiutare i siriani a tornare alle loro case”.

Benché gli Usa, in qualità di superpotenza, abbiano un certo peso negoziale, hanno dovuto prendere atto del fallimento della loro strategia in Siria e della vittoria di Bashar al Assad (e soprattutto di Mosca). In cambio di questa presa d’atto, Usa e Israele chiedono che le truppe iraniane lascino la parte meridionale della Siria e il Golan occupato non venga toccato.

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