Nel raccontare la figura di Vladimir Putin si passa sempre attraverso la metafora dello Zar. Si usa, in buona sostanza, un elemento che richiama una Russia diversa, fatta di autoritarismo e poi spazzata via dall’avvento dell’Urss. In realtà, andando a vedere come funziona la macchina del potere ci si accorge che i complessi meccanismi che la regolano mostrano che il ruolo di Putin è più simile a quello di un arbitro.

Semplificando molto, non ce ne vogliano gli storici, la dissoluzione dell’Unione sovietica e gli sbandamenti della neonata Federazione russa sotto la guida di Boris El’cin hanno portato alla fine degli anni 2000 a una riorganizzazione dello Stato proprio a partire dal primo mandato presidenziale di Putin. L’ex Kgb ha operato e lavorato costruendo dalle basi una nuova macchina dello Stato, plasmandola attorno a sé, ma tenendo ben presente il contesto. Come più di qualche analista ha sottolineato, la sua ascesa non sarebbe stata possibile senza un appoggio degli oligarchi. La figura ingombrante di El’cin li costrinse a ragionare a nuove soluzioni e Putin fece al caso loro. Quello che non avevano calcolato era che il loro prescelto si sarebbe reso autonomo. Nei successivi 18 anni il presidente ha lavorato per diventare indipendente plasmando la macchina burocratica intorno a sé.

Se la Russia moderna nasce a Dresda nel 1989

Molti dei ritratti che i media hanno dedicato a Putin, sia quelli generosi che quelli più critici, hanno messo in risalto il bisogno del presidente di avere sempre il controllo. Per capire questa “ossessione” bisogna riportare indietro le lancette dell’orologio al 6 dicembre 1989. Il muro a Berlino era crollato da circa un mese e gli apparati della Germania dell’Est stavano collassando. Putin, che si trovava a Dresta da circa quattro anni come membro dei servizi, quella sera di dicembre si trovò a dover fronteggiare una folla inferocita che voleva assaltare la sede del Kgb in Angelikastrasse 4. Il tenente colonnello telefono alla sede di Berlino per chiedere cosa fare ma dalla capitale arrivò solo un messaggio laconico: “Non possiamo fare nulla senza l’autorizzazione di Mosca e Mosca tace”, quel “Mosca tace” fu quasi una pugnalata. L’assalto venne gestito senza vittime con la minaccia di sparare e rispondere alla provocazioni, ma per Putin quel vuoto, quella certificazione che l’Urss “fosse scomparsa” fu la ferita più grande. Quella mancanza di controllo, quel limbo in cui poteva succedere di tutto, è stato il motore della sua spinta al controllo. Da allora, si è ripromesso più volte, avrebbe combattuto per evitare ogni tipo di vuoto di potere. E su queste premesse ha costruito la sua macchina burocratica e in seguito la sua azione, dentro e fuori dai confini.

Come funziona la macchina di Putin

Per spiegare come funziona il sistema creato dall’ex Kgb potremmo usare due assi di riferimento. Da un lato l’asse che va dagli apparati di Stato (il governo federale, le amministrazioni locali, le agenzie di stato) o agli oligarchi; dall’altro lato l’asse tra i poli politici e ideologici che regolano il paese: la modernità e la militarizzazione. Putin, e Mosca con lui, si muovono in questo complesso piano a seconda delle esigenze e degli scenari interni e internazionali. In questo senso proprio quest’anno si è vista un’accelerazione dell’apparato militare. Come ha evidenziato Orietta Moscatelli su Limes, non è possibile dire con chiarezza se sia stato l’apparato militare a lavorare per arrivare a una forte contrapposizione con l’Occidente, o viceversa sia stata la contrapposizione a portare a una militarizzazione.

timeline potere putin

Il peso dei militari

È in questo contesto che si muovono gli uomini fedeli al presidente, sia dentro che fuori dal circuito statale. In questa fase, come abbiamo visto, a pesare è sopratutto la sfera militare, in tutte le sue accezioni. Il primo attore che vediamo muoversi in questo quadrante è il generale Sergej Shoigu, il potente ministro della Difesa. Insieme al collega degli Esteri, Sergej Lavrov (che è in carica ininterrottamente da 14 anni), Shoigu è stato il volto militare della Russia nel mondo, sia nei teatri di guerra, la Siria su tutti, che nei rapporti con gli altri Paesi. Non a caso proprio quest’anno si è tenuta la maxi esercitazione Vostok, una delle più imponenti degli ultimi 40 anni. Ma l’uso della componente militare da parti di Putin va oltre. È il caso di un altro personaggio, il generale Viktor Zolotov. Indicato da molti come un possibile successore del presidente, Zolotov attualmente è il direttore della Guardia nazionale russa, un organo creato ad hoc da Putin nel 2016 che risponde direttamente a lui. Il generale ha molta influenza sul presidente anche perché i due sono legati da un rapporto di lungo corso. Zolotov è stato infatti il capo delle sue guardie del corpo e prima ancora il responsabile della sicurezza del sindaco di San Pietroburgo, Anatoly Sobchak, ai tempi in cui Putin si occupava del comitato per le relazioni esterne della città. La guardia nazionale agli ordini di Zolotov è stata impiegata in diversi casi, da questioni di sicurezza interna, fino a operazioni antiterrorismo, a pattugliamenti e presidi di impianti e armamenti nucleari. In virtù del suo ruolo, Zolotov siede nel Consiglio di sicurezza della Federazione russa (Scrf). Un organo nato dalle ceneri del periodo sovietico. Il board del Consiglio, oltre al generale ospita tra gli altri lo stesso Putin, Lavrov, Shoigu, il premier Dmitry Medvedev, il presidente della Duma (il parlamento) Vyacheslav Volodin e soprattutto Aleksandr Bortnikov, il capo del servizio federale di sicurezza (Fsb), l’erede del Kgb. Da ex uomo dei servizi Putin tiene in ampia considerazione l’attività di questi ultimi. E ciò fa di Bortnikov il cardine per i piani del Cremlino. Parlando di servizi segreti, c’è però un altro nome da segnare, quello di Igor Sechin.

Il secondo uomo più potente della Russia e gli oligarchi di Stato

Sechin è quello che in gergo viene definito un siloviki, ovvero un appartenente alla lunga schiera di ex agenti dei servizi segreti. Attualmente Sechin è a capo di una grande impresa di Stato – Rosneft – che si occupa di gestione di petrolio e gas naturale, ma parallelamente amministra una specie di “sesto servizio” all’interno del Fsb. Più di qualcuno sostiene che dietro alla condanna per corruzione dell’ex ministro dell’economia Alexei Ulyukaev ci fosse proprio Sechin. Come ha scritto l’Economist,  l’indagine contro il ministro è stata condotta da Oleg Feoktistov, un agente di alto rango dei servizi che parallelamente era anche il capo della sicurezza della Rosneft.

Sechin è il capofila di una cerchia che deve molto a Putin, quella degli oligarchi di Stato. È il caso ad esempio di Alexey Likhachev, amministratore delegato della Rosatom, l’agenzia che gestisce il nucleare civile. Ma soprattutto di altri tre nomi di primo piano, tutti legati direttamente al capo del Cremlino. Il primo è quello di Aleksej Miller, il boss di Gazprom che all’inizio degli anni Novanta lavorava sotto la supervisione di Putin nel famoso comitato per le relazioni esterne di San Pietroburgo. Il secondo è quello di Nikolay Tokarev, il capo dell’azienda di corruzione dei gasdotti Transneft, che verso la fine degli anni Ottanta si trovava con Putin proprio a Dresda. Con loro due c’era anche un terzo uomo Sergey Chemezov, il potentissimo capo della Rostec, il conglomerato di Stato che tra le altre cose si occupa di armamenti. Chemezov idealmente chiude il cerchio con il punto dal quale eravamo partiti e rappresenta la predominanza, almeno in questa fase storico-politica, degli apparati militari.

tabella uomini putin

La cerchia dei riformatori

Oltre all’aspetto militare la Russia si trova a giocare anche un’altra partita molto delicata, quella della modernità. Al momento i riformatori sono schiacciati dei giganti delle armi e del petrolio, ma lo stesso Putin ha dimostrato una certa sensibilità alle innovazioni. Il potentissimo Gru, il servizio informazioni delle forze armate, si è dotato di strumenti tecnologici molto avanzati, investendo anche sulla formazione e l’acquisizione di giovani hacker per la guerra elettronica. Tra i riformatori più in vista c’è sicuramente German Gref. Di origine tedesca Gref ha lavorato in diverse posizioni all’interno del comparto amministrativo di San Pietroburgo, negli stessi anni in cui operavano Putin e Miller. Attualmente è l’amministratore delegato della Sberbank, una delle più grosse banche di Stato. Uno dei punti di forza del Cio è quella di voler modernizzare la struttura dell’istituto attraverso la blockchain, una tecnologia che secondo lui dovrebbe essere estesa anche ad altri ambiti. Moscatelli ha osservato su Limes che altri due potrebbero puntare a stringersi intorno a Putin,: si tratta di Sergey Kiriyenko e dell’ex ministro dell’Economia Aleksej Kudrin. Il primo attualmente è il capo di gabinetto di Putin e si dice stia spingendo per un profondo rinnovamento della burocrazia russa, il secondo sta cercando di tornare in auge dopo la caduta, politica, di qualche anno fa. Putin lo ascolta ma difficilmente nei prossimi quattro anno di presidenza applicherà i suoi piani liberali.

Gli oligarchi privati come consiglieri del presidente

Tenendo presente lo schema precedente c’è un ultimo settore da esplorare, quello degli oligarchi privati che non controllano aziende di Stato ma che hanno un peso notevole nelle operazioni di Putin. È il caso ad esempio di Yury Kovalchuk il potente capo della Rossiya Bank. Indicato da più parti come il banchiere del presidente, Kovalchuk è stato tra i cofondatore della società immobiliare Ozero che fra le altre cose gestisce anche la dacia di Putin nel distretto di Priozersky. Ma il banchiere è anche il titolare di diverse media company e garantisce l’accesso al Cremlino a diversi canali informativi. Ci sono poi altri due interlocutori privilegiati, i fratelli Boris e Arkadij Rotenberg. I due sono i proprietari della Stroygazmontazh, un’azienda che si occupa di costruire i gasdotti. Uno dei due, Arkady è stato uno uno degli allenatori di Judo personali di Putin che allo stesso tempo gli ha sempre dato seguito affidandogli fondi e incarichi. Da ultimo la costruzione del ponte che collega la Crimea con la Russia.

L’emblematica storia di Yevgany Prigozhin

C’è però un ultimo oligarca degno di nota che ruota attorno al Cremlino e che rappresenta molto bene come i grandi tycoon russi possono essere considerati a tutti gli effetti degli elementi delle istituzioni russe. È il caso di Yevgeny Prigozhin, che i grandi media internazionali hanno sempre soprannominato “lo chef di Putin”. Ma in realtà Prigozhin è molto più di questo. Dopo un passato turbolento negli anni Ottanta, dove finì anche in carcere per rapina e violenza, Prigozhin ha iniziato a costruire il suo impero a partire da una piccola attività di vendita di hot dog, salvo poi creare una grossa impresa di catering capace di ottenere diversi appalti per la fornitura di cibo nelle suole. In mezzo ha creato un rapporto sempre più stretto con Putin. Quest’anno però è uscita anche un’altra notizia che ha coinvolto lo “chef”.

Secondo il dipartimento della Giustizia degli Stati Uniti Prigozhin sarebbe tra i fondatori dell’Internet Research Agency, passata agli onori delle cronache come la “fabbrica dei troll”, un’ente che avrebbe contribuito a spargere notizie false e influenzare l’opinione pubblica durante le elezioni presidenziali del 2016. Pare però che Prigozhin sia coinvolto anche in un’altra attività: le azioni del gruppo paramilitare Wagner. Un esercito mercenario impegnato in diversi scenari, come ad esempio il conflitto siriano. Ufficialmente il gruppo fa capo a Dmitry Utkin, un ex membro del Gru che però in passato è stato il capo della sicurezza per lo stesso Prigozhin. Più di qualcuno ha sottolineato che l’impegno (e i costi umani), sostenuti da Wagner in Siria hanno aperto le porte a Prigozhin e alle sue aziende di estrazione mineraria in Africa, in particolare in Sudan e Repubblica Centrafricana. Un’operazione che senza il via libera di Putin non ci sarebbe mai stata. 

Attualmente è impossibile dire con certezza quale sia la fazione che governa la Russia. Putin è stato molto sapiente nel gestire tutte le componenti che abbiamo citato. Sapendo anche quando è il caso di fare concessioni e quando richiamare all’ordine. La partita più complessa ora riguarda la sua successione. Nel 2024 scadrà il suo secondo mandato consecutivo quindi iniziano a comparire i primi rumors sul nome del successore. Allo stato attuale i primi indiziati potrebbero essere i fedelissimi della cerchia militare, ma anche gli oligarchi di Stato, soprattutto Chemezov potrebbero avere voce in capitolo. Lontani invece i riformisti. Se, come sembra, l’industria del petrolio dovesse continuare a riempire le casse dello Stato oltre le aspettative, per i modernizzatori potrebbe essere difficile addirittura sopravvivere. 

Dacci ancora un minuto del tuo tempo!

Se l’articolo che hai appena letto ti è piaciuto, domandati: se non l’avessi letto qui, avrei potuto leggerlo altrove? Se non ci fosse InsideOver, quante guerre dimenticate dai media rimarrebbero tali? Quante riflessioni sul mondo che ti circonda non potresti fare? Lavoriamo tutti i giorni per fornirti reportage e approfondimenti di qualità in maniera totalmente gratuita. Ma il tipo di giornalismo che facciamo è tutt’altro che “a buon mercato”. Se pensi che valga la pena di incoraggiarci e sostenerci, fallo ora.