Un insuccesso mascherato e uno screzio diplomatico hanno interferito con la visita di Benjamin Netanyahu in Polonia in rappresentanza di Israele alla “Conferenza per la stabilizzazione del Medio Oriente”, ma non l’hanno privata del successo di immagine che il primo ministro di Tel Aviv mirava a conseguire. L’insuccesso, parziale, è dovuto al fallimento del tentativo di presentare al mondo una vera e propria Nato “anti-Iran” al termine dell’incontro che proprio Israele, Emirati Arabi, Stati Uniti ed Arabia Saudita hanno voluto organizzare.

Lo screzio, invece, riguarda Tel Aviv e Varsavia, ed è dovuto ad alcune dichiarazioni del primo ministro stesso apparse sui media del suo paese. Questi, nel corso della conferenza sul Medio Oriente di Varsavia, avrebbe dichiarato che i polacchi durante la Seconda guerra mondiale hanno aiutato i nazisti nel perpetrare l’Olocausto e che ciò si tratterebbe di “un fatto noto”, suscitando le proteste polacche e le minacce di annullare il summit del gruppo Visegrad che si dovrebbe tenere proprio a Gerusalemme il 18 e il 19 febbraio.

La diplomazia globale di Netanyahu

In ogni caso, sottolinea l’Huffington Post, ciò che “il premier israeliano potrebbe portare a casa da Varsavia non è di poco conto. Tutt’altro. Perché la Conferenza, al di là delle dichiarazioni ufficiali e dei documenti finali, renderà pubblico, sancendolo ufficialmente, l’asse Tel Aviv-Riad-Abu Dhabi.

Forse per gli Usa non sarà il massimo, ma per un premier israeliano in piena campagna elettorale, è una carta spendibile sul piano interno e nell’offensiva diplomatica avviata da ‘Bibi’ nei Paesi musulmani sunniti, con visite in Oman, in Ciad e a fine marzo, a pochi giorni dal voto, anche in Marocco”.

Visite in larga parte connesse alla volontà di Netanyahu di espandere l’interesse geopolitico ed economico israeliano oltre i confini, a loro volta disputati, del Paese, sulla scia di una prassi inaugurata nel 2018 con la visita in Kenya.

La grande strategia di Tel Aviv

Energia, infrastrutture, difesa, cyber-sicurezza: i settori in cui Israele cerca spazio per dialogare e commerciare sono notevoli e in continua espansione. E nell’odierna geopolitica mediorientale anche l’idea stessa di un alleanza a viso aperto con i sauditi non appare più impensabile. Netanyahu può non piacere e, in larga misura, le scelte prese da Israele nell’estero vicino sono state considerate a più riprese discutibili. Ma sulla sua capacità di plasmare una politica estera globale per Tel Aviv dal 2009 in avanti ci sono pochi dubbi.

Il “sionismo cristiano” degli evangelici

Mentre, a livello internazionale, sarebbe stata una transizione importante della religione cristiana a guidare un crescente interessamento internazionale per lo Stato ebraico. L’ascesa dell’evangelicalismo nel continente americano ha guidato un grande cambiamento di rotta politica dagli Stati Uniti sino al recente caso del Brasile.

I sermoni, molto più politici che religiosi, dei portavoce del “Vangelo della prosperità”, dei telepredicatori seguiti da decine di milioni di persone, accomunano l’eterogenea galassia evangelica per il loro filo conduttore che sta costruendo un asse fra Israele, Stati Uniti e Paesi con una forte quota di evangelici. Soprattutto in America latina.

Dall’ascesa di Donald Trump negli Stati Uniti, trainata dai voti compatti degli evangelici per il Tycoon repubblicano, come spiegato da John Fea in Belive Me, la tendenza si è accentuata con la manifestazione del ruolo evangelico nel cambio di politica estera di Colombia e Guatemala e, più recentemente, con l’ascesa di Jair Bolsonaro in Brasile, Paese che con la nuova amministrazione ha inserito la vicinanza a Israele nelle priorità di politica estera.

Anche i “sovranisti” europei tifano Israele

L’opa evangelica sul sovranismo americano ha avuto echi notevoli nell’ascesa della sua controparte europea che, grazie anche al lavoro di Steve Bannon, è stato plasmato nella maniera più consona all’interesse nazionale statunitense e, dunque, ha interiorizzato il principio del pieno sostegno alla politica di Israele. La difesa a ogni costo della politica dello Stato ebraico e della lotta al terrorismo ha trovato eco, secondo quanto scrive Limes, nella visione dei sovranisti europei sulla minaccia rappresentata dall’immigrazione incontrollata e sulla sfida ai valori europei rappresentata da quella di origine islamica.

Da Vox a Afd, passando per la Fpo austriaca, questo teorema, che rivaluta in maniera geopolitica le tesi originate a inizio millennio dal pensiero di Oriana Fallaci e dalla sua scuola, è comune in tutta Europa e sta conoscendo la sua principale prova “di governo” con la presenza al potere della Lega in Italia e di Fidesz, il partito di Viktor Orban, in Ungheria.

Quella di Netanyahu è, dunque, una politica estera a tutto campo con una vera e propria proiezione globale. Israele, nell’ultimo decennio, è riuscita a ottenere pienamente l’obiettivo strategico del divide et impera nel fronte musulmano e ora cavalca l’astio delle potenze arabe contro l’Iran per ottenere il contenimento della Repubblica islamica. Al tempo stesso, tra affari, diplomazia e religione, buona parte del mondo guarda allo Stato ebraico.

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