Sovranisti-conservatori o liberal, la pandemia da Covid-19 non ha indebolito ma ha anzi rafforzato il ruolo centrale dello Stato in pressoché tutti i Paesi occidentali (e non), qualunque sia l’orientamento politico del governo in carica. Per fronteggiare la crisi e sostenere l’economica, infatti, i governi – sopratutto quelli dotati di sovranità monetaria – hanno riscoperto l’interventismo statale e la tutela dei confini. Anche se lo Stato è sempre rimasto l’unità di riferimento della politica internazionale, secondo i i sostenitori del globalismo no border, la sua azione era destinata a indebolirsi per via degli effetti della globalizzazione. Con la pandemia è accaduto l’esatto contrario: è il risveglio del Leviatano di Thomas Hobbes, notava qualche tempo fa la rivista americana the American Conservative. Poiché, secondo Hobbes, in assenza di un governante che ci tenga a freno, la situazione diventa molto pericolosa: “È evidente dunque che quando vivono senza potere comune che incute rispetto a tutti, gli uomini di trovano in quella condizione che viene chiamata guerra; e questa guerra mette tutti contro tutti”. A maggior ragione durante una pandemia. 

La pandemia e la rinascita dello Stato

La gente, dunque, deve fare affidamento a un governo senza il quale la vita sarebbe “solitaria, povera, pericolosa, brutale e breve”. E così, anche gli anti-sovranisti per eccellenza si sono ritrovare a fare i sovranisti. Come riporta Italia Oggi, secondo il parere di Alberto Serravalle e Carlo Stagnaro, autori di Contro il sovranismo economico, è stato il coronavirus a rendere improvvisamente ineluttabili e persino popolari le restrizioni della libertà personali con le quali si è affrontato il rischio di contagio. Era forse impossibile agire diversamente. Ma il Covid-19 ha fatto quel che non era riuscito neppure a Orban, scrivono i due autori, da una prospettiva marcaramente liberista. E questo accade ovunque, soprattutto in Italia, dove si è tornati a parlare di nazionalizzazioni e delle rinazionalizzazioni (Alitalia, Autostrade, Ilva di Taranto). Termini che sembravano essere sparite dal dibattito politico e che ora sono tornati prepotentemente in auge.

Dal potere transnazionale a quello nazionale

La recente pandemia ha inoltre rivelato una verità indiscutibile: le risposte, sia sotto il profilo sanitario, sia sotto quello economico, sono arrivate in maniera efficace a seconda del Paese, dallo stato a livello nazionale. I Paesi non si sono risparmiati, nella fase più acuta di diffusione del virus, anche sgambetti al fine di reperire respiratori e mascherine che in un primo momento risultavano insufficienti. I sussidi ai lavoratori sono stati garantiti dallo stato, non da enti terzi o sovranazionali. Come nota David Runciman sul Guardian, professore presso l’Università di Cambridge, “sotto quarantena, le democrazie rivelano quello che hanno in comune con altri regimi politici: anche in queste quel che conta in ultima istanza è il potere politico e l’ordine. La crisi ha rivelato alcune amare verità. L’impatto della malattia è fortemente plasmato dalle decisioni prese da singoli governi”.

Negli ultimi anni, osserva, “è sembrato talvolta che la politica globale fosse semplicemente una scelta tra forme di tecnocrazie rivali. In Cina: un governo di ingegneri sostenuto da uno Stato monopartitico. In occidente: il governo degli economisti e delle banche centrali, operanti entro i limiti di un sistema democratico. Questo crea l’impressione che le scelte reali siano giudizi tecnici su come amministrare ampi, complessi sistemi economico-sociali. Ma nelle ultime settimane si è fatta strada un’altra realtà. I giudizi ultimi riguardano come usare il potere [politico] coercitivo”.

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