Eric Zemmour ha da diverse settimane annunciato ufficialmente la propria candidatura alla presidenza francese e in prospettiva questo ha decisamente complicato lo scenario per capire chi sarà il più papabile contendente di destra al trono repubblicano di Francia. Per capire come la destra francese tripartita (Zemmour, lValérie Pécresse e Marine Le Pen) si stia evolvendo e come potrà in futuro svilupparsi, abbiamo voluto chiedere il parere del politologo Marco Tarchi, professore ordinario presso la Facoltà di Scienze Politiche Cesare Alfieri dell’Università di Firenze.

Professor Tarchi, per capire la questione della destra francese, partiamo dal più discusso dei candidati. Di che milieu culturale si è fatto portavoce Zemmour? In che modo si differenzia dai lepenisti?

Zemmour è, fondamentalmente, un conservatore, impregnato di patriottismo e con una visione della politica realista nelle analisi e idealista nelle speranze. Dice di richiamarsi alle idee di de Gaulle e di voler riprendere i programmi che i neogollisti avevano sostenuto fino agli anni Ottanta, ma la sua idea di grandeur va oltre gli schemi gollisti ed è intrisa di una nostalgia per l’epoca in cui la Francia era una delle grandi potenze mondiali. La sua posizione è sovranista molto più che populista, e in questo i differenzia fortemente da Marine Le Pen. I suoi interlocutori sono elettori di classe medio-alta, preoccupati della progressiva perdita del patrimonio culturale tradizionale, mentre alla Le Pen guardano settori consistenti delle classi popolari, la cui inquietudine affonda radici nella perdita dei posti di lavoro e del potere di acquisto dei loro salari. I due sono uniti dalla critica radicale degli effetti perniciosi dell’immigrazione di massa, ma Zemmour, forte della sua condizione di ebreo berbero che gli permette di sfuggire all’accusa di razzismo, affronta questo tema con toni polemici oltranzisti, sottoscrivendo l’idea della “grande sostituzione” ormai in atto della popolazione autoctona con stranieri, mentre Marine Le Pen, portandosi ancora addosso il marchio di estremismo del padre, ha un approccio più soft. L’esperienza identitaria di Zemmour si discosta molto dalla classica critica alla globalizzazione della destra francese: è liberista, fondata sulla palingenesi culturale, “trumpiana” potremmo dire. Ma da Trump lo distanzia abissalmente lo stile. Entrambi usano un registro polemico, ma quello di Zemmour è raffinato, ricco di riferimenti letterari e storici, scevro da cedimenti alla rozzezza. E il suo liberismo non ha quel sottofondo di darwinismo sociale che la destra repubblicana statunitense ha sempre esibito, non è il semplice elogio del forte che inevitabilmente deve vincere sul debole. È piuttosto un elogio del merito e della capacità imprenditoriale come fonte di ricchezza per tutti.

Possiamo, provocatoriamente, affermare che sembra quasi non essere francese al cento per cento?

Credo che questa osservazione lo indispettirebbe non poco. Da figlio di immigrati dall’Algeria, ci tiene a vantarsi di essersi assimilato completamente, e propone questa sua scelta come l’unica in grado di integrare chi è di origine straniera nella società francese. C’è indubbiamente un che di paradossale in questa logica del convertito che pretende di cancellare del tutto le proprie origini: basta pensare alla sua proposta di vietare di dare ai figli nomi che non rimandino a santi del calendario cristiano…

Che futuro per i Républicains? Valérie Pécresse si fa interprete di una destra “popolare e solidale”, ce la farà a ricostruire l’area che si dichiara erede di De Gaulle?

Paradossalmente, la candidatura di Zemmour, che da molti anni pungola da destra i Républicains, li accusa di cedimenti ed è sceso in campo per sostenere una linea politica che essi si rifiutano di far propria, rischia – spaccando il fronte sovranista/populista – di proiettare verso la presidenza una tipica esponente del gollismo centrista, che probabilmente seguirebbe, se eletta, una politica non molto diversa da quella di Macron. Resta da vedere se Zemmour otterrà le cinquecento dichiarazioni di sostegno di sindaci ed eletti di cui ha bisogno per concorrere. Se li avrà, non è improbabile che siano proprio i Républicains a fornirgliele sottobanco, allo scopo che ho indicato. E se Pécresse arriverà al secondo turno, quasi tutti i postgollisti le si accoderanno. 

La Francia è il laboratorio d’Europa? Anche nelle destre del resto d’Europa ci si prepara a divisioni di questo tipo?

Non credo. Certo, tra populisti e conservatori esistono molti elementi di distinzione, ma anche nemici comuni, in primo luogo l’ideologia del politicamente corretto, oggi dilagante grazie al controllo che i progressisti esercitano su scuole, università e media. Il caso francese potrebbe dimostrare che divisi si perde. E che le destre “classiche”, come quella dei Républicains, sono la peggiore insidia per le ambizioni di entrambe queste famiglie politiche.

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