L’appuntamento più importante prima delle elezioni europee ha luogo in Spagna, dove oggi si vota per le generali. Gli scenari supponibili sono variegati. Le urne, in fin dei conti, daranno le carte ai leader, che a meno di sorprese dovranno sedersi attorno a un tavolo per trovare la quadra.

Prima della fase post – elettorale, sarà difficile sincerarsi della composizione dell’esecutivo. Segnatevi, magari, l’eventualità che pure il prossimo governo venga espresso da una minoranza parlamentare. In Spagna, diversamente da quello che vale per l’Italia, è un’ipotesi perseguibile.

É un periodo storico, questo, in cui la polarizzazione politica sfocia spesso nel leaderismo. La penisola iberica non fa eccezione: a contendersi la fiducia elettorali sono sì i partiti, ma soprattutto le personalità che guidano le varie formazioni.

Pedro Sanchez sarebbe dovuto essere il volto nuovo della sinistra progressista occidentale. La sua parabola può già essere coniugata al passato perché la sua prima esperienza governativa, di fatto, è terminata prima del previsto. Pronto a fare della Spagna una Catalogna ingigantita, il leader dei socialisti dovrebbe raggiungere il primo posto sul podio, ma per formare un governo – considerati i contrasti con il resto della sua area politica – servirà pazienza e fantasia. Sanchez rappresenta una sorta di “forza tranquilla”. Un fattore che deriva pure dal fatto che il suo impegno politico ha origini tecniche.

Bisognerà vedere, soprattutto, cosa ne pensano dalle parti di Barcellona e Vitoria – Gasteiz. Sono stati i partiti radicati nelle comunità autonome a far cadere il governo di Sanchez. Potrebbero essere gli stessi a garantirgli i numeri, seppur da fuori l’arco ministeriale. Medesima scelta potrebbe essere operata da Podemos e da Pablo Iglesias. Quest’ultimo, come saprete, è particolarmente vicino, almeno da un punto di vista culturale, a certi ambienti della sinistra italiana. Tra le sue esperienze di studio, c’è un Erasmus a Bologna. L’operazione Podemos avrebbe dovuto cambiare la grammatica del progressismo europeo, ma così non è stato. Con Sanchez, Iglesias ha in comune il fatto di essere un insegnante.

L’avanzata del populismo di sinistra alla spagnola, come evidenziato da Lapresse, dovrebbe subire una parziale battuta d’arresto con queste elezioni generali, ma Iglesias e Sanchez, in prospettiva, non possono che guardare nella medesima direzione. Esistono dei distinguo programmatici sostanziali, ma vale la pena lasciare la penisola iberica nelle mani degli avversari? Ecco, appunto, in Spagna – per la prima volta nella storia recente – il centrodestra potrebbe segnare un gol di squadra.

Ciudadanos di Albert Rivera può garantire quella percentuale che manca al Partito popolare di Pablo Casado per rivendicare la medesima forza contrattuale dello Psoe. Quella che occorre per reclamare un mandato utile alla creazione di un esecutivo. Anche in questo caso servirà un po’ di elasticità programmatica per scendere a patti, ma i sondaggi raccontano di come questo binomio, sin da adesso, possa essere considerato come non sufficiente.

Albert Rivera è un consulente legale catalano. La provenienza lo ha reso, nel tempo, la nemesi politica di Carles Puigdemont. Sta cercando di far passare un messaggio: è possibile adottare politiche liberiste, partendo da posizioni di sinistra. Il manifesto politico propugnato lo rende equidistante da Casado e da Abasacal, Del secondo parleremo dopo. Per quanto riguarda Pablo Casado, basti sapere che ha assunto la funzione di leader meno di un anno fa. Viene dall’esperienza del movimento giovanile. Tra gli elettori non aveva raggiunto il massimo dei consensi possibili. Per eleggerlo come presidente è stato necessario un passaggio del congresso di partito.

Serve quel quid in più in termini di seggi che solo un’intesa con i sovranisti di Vox può garantire. Attenzione, non è fantapolitica: in Andalusia è giàsuccesso che popolari, centristi liberali e sovranisti occupassero insieme i banchi di chi è deputato ad amministrare. Bisogna rinunciare a un pezzo sostanziale della propria identità, ma si può fare. Santiago Abascal magari non lo dice, ma ci pensa. Certo, Abascal sembra davvero l’uomo forte, quello che in altre parti del mondo i populisti hanno già individuato.

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