Molti dubbi e pochissime certezze. La conferenza stampa del presidente del Consiglio Giuseppe Conte dopo l’attesissima audizione al Copasir ci racconta davvero poco di quello che potrebbero dirci le conclusioni sull’inchiesta sulle origini del Russiagate condotta dal ministro della giustizia Usa William Barr e dal procuratore John Durham. In attesa che quell’indagine si concluda, il premier ha ribadito che quella di ieri è stata un’audizione “ai sensi della legge 124” che prevede che il presidente riferisca semestralmente al Comitato parlamentare. In realtà, sappiamo benissimo che nell’audizione il presidente del Consiglio doveva chiarire il possibile coinvolgimento dell’Italia, i motivi degli incontri avvenuti a metà agosto a Roma tra il ministro americano Barr e Durham con i vertici dei servizi segreti italiani e cosa ha chiesto Washington al nostro Paese.

Cosa ha detto Giuseppe Conte

Come da previsioni, Conte ha provato a chiarire i punti che potevano metterlo più in difficoltà sotto il profilo politico, sottolineando che “il presidente Trump non mi ha parlato di questa inchiesta” e che la “richiesta” di informazioni “non è pervenuta dal presidente Trump ma dal ministro Barr” che è anche il capo dell’Fbi. La richiesta, inoltre, è “arrivata non a me ma da canali diplomatici”. Secondo Conte, dunque, Barr “attraverso canali ordinari diplomatici ha fatto pervenire una richiesta di informazioni alla nostra intelligence. Lo scopo era verificare l’operato di agenti americani. Non era messo in discussione l’operato dell’intelligence italiana”, ha ribadito. “Io non ho mai interloquito con Barr, né per telefono né per iscritto”. Una richiesta che di collaborazione che non sarebbe arrivata ad agosto, e non quindi durante la crisi di governo, “ma lo scorso giugno” quando c’era ancora il governo giallo-verde.

“Confermo – ha poi aggiunto Conte – che ci sono stati due incontri. Il primo il 15 agosto, ma non si è svolto in un bar. Si è svolto nella sede di piazza Dante del Dis, la sede più istituzionale e trasparente possibile. Il secondo incontro si è svolto il 27 settembre ed è stato chiarito che alla luce delle verifiche fatte la nostra intelligence è estranea in questa vicenda. Abbiamo rassicurato gli interlocutori Usa su questa estraneità e ci è stata riconosciuta. Non hanno elemento di segno contrario”.

Quello che Conte non dice sullo Spygate

In buona sostanza, l’obiettivo di Conte era quello di chiarire la tempistica e dimostrare di non aver fatto alcun favore personale al Presidente degli Stati Uniti Donald Trump autorizzando i nostri servizi segreti ad incontrare Barr. Secondo aspetto, sottolineare che il tutto si è svolto secondo i canali diplomatici ufficiali. Terzo e ultimo elemento, non far innervosire gli alleati di governo del Pd affermando che l’inchiesta di Barr e Durham riguarda solamente l’operato degli agenti americani e non i nostri servizi segreti. Quindi escludendo – di fatto – una possibile implicazione nell’inchiesta dei governi Renzi e Gentiloni. Per il resto, Conte ha ribadito che le sue “dichiarazioni al Copasir sul caso Barr come su qualsiasi altro tema sono coperte dal segreto quindi non riferisco delle cose dette ai componenti del Copasir”.

In realtà, sono più le cose non dette da parte di Conte, che non quelle che ha provato a chiarire – e non tanto sulla natura della collaborazione fra Italia e Stati Uniti. Non si può ignorare, infatti, l’elemento di centralità che il nostro Paese ha in questa vicenda e che Conte ha provato a minimizzare, come abbiamo più volte rimarcato anche su questa testata – e come hanno peraltro affermato lo stesso presidente Donald Trump e il suo avvocato Rudy Giuliani. Per non parlare delle accuse circostanziate dell’ex advisor del presidente degli Stati Uniti, George Papadopoulos, secondo il quale “Roma è l’epicentro della cospirazione”. Come non si può non considerare il fatto che al centro delle attenzioni degli investigatori americani ci sia il misterioso Joseph Mifsud, il docente maltese della Link Campus scomparso nel nulla che secondo gli uomini più vicini al presidente Usa rappresenta la chiave di tutta la vicenda. Elementi che non possono essere certo trascurati a cuor leggero e che sicuramente sono stati “sviscerati” durante l’audizione del premier al Copasir. A tal proposito Conte ha detto: “Non posso declinare tutti i dettagli della vicenda, le attività afferivano soprattutto alla primavera-estate 2016 e riguardavano anche informazioni su Mifsud. E’ stato chiarito che non avevamo informazioni”, ha sottolineato Conte. Ciò fa intendere che le autorità italiane non sanno dove sia Joseph Mifsud.

Eppure, come abbiamo raccontato su questa testata, gli americani sanno perfettamente che Mifsud era nascosto in Italia fino alla scorsa primavera, poco prima della pubblicazione del rapporto Mueller. L’avvocato svizzero di Mifsud, Stephan Roh, ha dichiarato all’Epoch Times che il suo cliente ha vissuto fino a poco tempo fa in Italia, ma che il docente ha deciso di nascondersi di nuovo dopo la pubblicazione del rapporto finale sul Russiagate del consigliere speciale Robert Mueller (dunque il 18 aprile 2019).

Tutte le strade portano a Roma

Un altro elemento oggettivo e noto di cui non si è parlato durante la conferenza stampa del premier Conte: secondo i media americani, Barr e Durham non sono tornati a casa a mani vuote dopo i due incontri con i vertici dei servizi segreti italiani. Come riporta Fox News, l’indagine del procuratore John Durham “si è estesa” sulla base “di nuove prove raccolte durante un recente viaggio a Roma con il procuratore generale William Barr”. A Roma, dunque, gli americani avrebbero appreso qualcosa di estremamente importante. Che cosa?

Le prove raccolte da Barr e Durham a Roma sono talmente rilevanti che, appena tornato a Washington, John Durham ha deciso di estendere le indagini sulle origini del Russiagate. Come ha riportato InsideOver il 9 ottobre scorso,  l’indagine condotta dal team investigativo guidato da Duhram e dall’Attorney general William Barr sull’operato delle agenzie federali alle origini del Russiagate si estende e ora copre una linea temporale più ampia di quanto precedentemente noto, secondo diversi funzionari dell’amministrazione Trump: il periodo preso in esame va dal 2016 – prima delle elezioni presidenziali di novembre – fino alla primavera del 2017, quando Mueller viene nominato procuratore speciale per il Russiagate.

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