La domanda che si pongono analisti e commentatori in merito ai rapporti fra Stati Uniti e Cina è sempre la stessa: può scoppiare un conflitto fra le due superpotenze? I fronti più “caldi”, oltre a Hong Kong, sono essenzialmente due: il Mar Cinese Meridionale e Taiwan. Il Corriere della Sera racconta che cacciabombardieri cinesi hanno varcato la linea mediana dello Stretto di Taiwan ieri, per segnalare il dispetto e il monito di Pechino di fronte alla visita a Taipei del ministro americano della Salute. Se da parte cinese escludono un conflitto aperto con Washington, il New York Times, riporta sempre il Corriere della Sera, racconta un retroscena piuttosto interessante secondo il quale Mike Pompeo e i falchi dell’Amministrazione stanno spingendo deliberatamente le relazioni verso il punto di non ritorno. Secondo alcune dichiarazioni anonime, i consiglieri più duri della Casa Bianca si stanno preparando alla sconfitta del presidente e vorrebbero lasciare in eredità a Joe Biden una conflittualità strategica Usa-Cina irreversibile. Gli artefici di questo progetto, oltre a Pompeo, sarebbero il consigliere per la sicurezza nazionale Robert O’Brien e il suo vice, Matt Pottinger.

Mike Pompeo e il regime change in Cina

Gli indizi ci sono. Il 23 luglio scorso, il Segretario di Stato Mike Pompeo ha tenuto un discorso sulla politica cinese dell’amministrazione Trump presso la Biblioteca presidenziale Richard Nixon. Come nota the National Interest, uno dei temi centrali del discorso di Pompeo, tuttavia, è la sua apparente convinzione che gli Stati Uniti possano cambiare la natura e quindi il comportamento del regime di governo cinese. In effetti, l’amministrazione Trump è sempre più concentrata su questo obiettivo. Tutti i recenti discorsi politici hanno enfatizzato il Partito comunista cinese, distinto dalla Cina o dal popolo cinese, come la principale minaccia che deve essere affrontata. Nelle parole di Pompeo: “Garantire le nostre libertà dal Pcc è la missione del nostro tempo. Se non agiamo ora, alla fine, il Pcc eroderà le nostre libertà e sovvertirà l’ordine basato su regole che le società libere hanno costruito. Se pieghiamo il ginocchio ora, i figli dei nostri figli potrebbero essere alla mercé del Pcc, le cui azioni sono la sfida principale per il mondo libero”.

Il Segretario di Stato Usa prosegue, con zelo missionario: “Noi, le nazioni libere del mondo, dobbiamo indurre un cambiamento nel comportamento del Pcc. Se non cambiamo la Cina comunista, la Cina comunista ci cambierà”. Pompeo, dunque, sembra incoraggiare il popolo cinese a rovesciare il proprio governo. Non ci sono dubbi che Pechino rappresenti il primo competitor degli Stati Uniti: l’approccio ideologico del “regime change” rischia però di essere controproducente. Come scrive the National Interest: “Gli Stati Uniti possono e devono assumere un ruolo guida nel rispondere alla sfida della Cina . Ma quella risposta richiederà una valutazione più accurata e realistica – e meno ideologica – dell’attuale situazione internazionale. Richiederà anche tanta attenzione alle opportunità per la cooperazione Usa-Cina quanto ai parametri di concorrenza”.

La trappola di Tucidide

Negli Studi internazionali, come scrive Graham Allison nel suo Destinati alla Guerra, la frase citata più di sovente è quella in cui lo storico greco Tucidide spiega che “la crescita della potenza ateniese e il timore che ormai incuteva agli spartani resero inevitabile il conflitto”. Quando una potenza in ascesa minaccia di spodestarne un’altra al potere, la sollecitazione strutturale che ne deriva rende lo scontro violento la regola e non l’eccezione. Come nota Allison nel suo studio, così è accaduto fra Atene e Sparta nel V secolo a.C, tra Germania e Gran Bretagna un secolo fa e per poco non ha portato alla guerra tra Unione Sovietica e Stati Uniti negli anni Cinquanta e Sessanta. Che cosa accadrà fra Stati Uniti e Cina? Prevederlo con assoluta certezza è praticamente impossibile e rappresenta un esercizio piuttosto inutile. Il prossimo passo sarà capire quale visione prevarrà alla Casa Bianca, ed è una partita non riguarda per forza di cose la sfida fra i due candidati presidenziali Donald Trump e Joe Biden, quanto lo scontro interno all’élite di Washington.

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