La Russia e le monarchie del Golfo Persico non sono mondi che non si parlano. E sicuramente, anche se non sembra, non sono certo nemici. Possono avere ampie divergenze su molti fronti, ad esempio nella guerra in Siria. Ma attenzione a pensare a un Vladimir Putin del tutto avversario agli emiri e ai re della Penisola arabica. Il Cremlino non vuole far loro guerra. La Russia vuole evitare che facciano nuovi (terrificanti) danni in Siria e Iraq, sganciandoli il più possibile dall’asse con gli Stati Uniti.

Strategia non facile. Ma attenzione alle ultime di Mosca. Una decina di giorni fa, una delegazione russa ha visitato il Golfo Persico. La delegazione, guidata dall’inviato di Putin per la Siria, Alexander Lavrentiev, ha incontrato il principe ereditario saudita Mohammad bin Salman e altri funzionari a Riad, domenica, prima di recarsi negli Emirati Arabi Uniti e successivamente in Oman.

Il tour di Lavrentiev è particolarmente interessante. Non solo per il periodo in cui avviene, in piena crisi internazionale per l’omicidio di Jamal Khashoggi e con una corte saudita sotto assedio. Ma anche perché si tratta di un giro con tappe precise in cui ognuna riveste un’importanza specifica.

Sponde per la Siria

Il viaggio della delegazione russa ha sicuramente avuto come primo obiettivo quello di facilitare la strategia di Mosca in Siria. La fine della guerra rappresenta, in questo momento, uno dei primi punti nell’agenda del Cremlino. E le monarchie del Golfo hanno avuto e continuano ad avere un ruolo essenziale nel caos siriano. Riad e Abu Dhabi hanno sostenuto l’insurrezione dei gruppi armati siriani e hanno supportato le milizie islamiste che hanno controllato per anni molte parti del Paese finché Bashar al-Assad, sostenuto dai russi, ha potuto riprendere il controllo.

L’obiettivo russo è fare in modo che i Paesi del Golfo, una volta per tutte, terminino di avere Damasco come obiettivo. E che quindi favoriscano una soluzione politica al conflitto in cui Assad e gli alleati abbiano un ruolo centrale nella transizione verso una nuova forma costituzionale promossa anche in sede Onu. Mosca sa che queste monarchie possono influenzare (e molto) il futuro assetto della Siria come hanno fatto in passato con lo scoppio della guerra. E Putin vuole cercare una convergenza fra questi due mondi.

La posizione russa, espressa dall’ambasciatore all’Onu Vasily Nebenzya, è che il comitato costituzionale debba essere formato al più presto possibile. Tuttavia, Mosca non crede sia necessario fissare scadenze artificiali. Serve prima una sinergia con tutti: anche con il Golfo.

Il tempismo della visita

L’obiettivo della delegazione non è chiaramente solo la Siria. I destini di Damasco sono fondamentali, così come di tutta la strategia russa, ma il Medio Oriente è una regione centrale che va al di là del singolo conflitto siriano. È un crocevia di interessi, guerre, petrolio e alleanze su cui Putin ha da tempo deciso di far rientrare in gioco la sua Russia.

E in questa volontà di riprendere in mano i fili mediorientali, è chiaro che la sfida sia rivolta agli Stati Uniti (ma non solo). C’è un particolare, per esempio, che è di estremo interesse. Come ricorda il portale Al Monitor, “la delegazione russa è arrivata a Riad un giorno prima che il segretario di Stato Mike Pompeo si precipitasse a discutere il caso del giornalista saudita Jamal Khashoggi, la cui scomparsa e il presunto omicidio minacciano di danneggiare le relazioni Usa-Arabia Saudita”.

Il tempismo di questa visita gioca quindi a favore di Putin. Con Washington e le altre potenze occidentali spiazzate dall’assassinio del giornalista saudita, la delegazione russa è arrivata, nel pieno delle indagini, per fare il punto della situazione direttamente con la corte di Riad. 

Occhi sullo Yemen

Il vice ministro degli Esteri Sergey Vershinin ha incontrato anche l’inviato speciale delle Nazioni Unite per lo Yemen, Martin Griffiths. Durante l’incontro con il delegato Onu, Vershinin ha ricevuto gli elogi del rappresentante del Palazzo di Vetro per come la Russia ha deciso di sostenere l’impegno delle Nazioni Unite per la fine del conflitto. E proprio per il conflitto yemenita, è stato importante il viaggio in Oman, Paese che rappresenta il partner principale dell’Iran nella Penisola arabica. E la guerra in Yemen è in particolare una proxy war fra Teheran e la coalizione a guida saudita.

Asse su gas e petrolio

Intervistato dall’agenzia russa Tass, il ministro dell’Energia saudita Khalid Al Falih ha lanciato alcuni messaggi molto chiari. L’Arabia, come ricorda Il Sole 24 Ore, “si appresta ad aumentare ulteriormente la produzione di greggio, dagli attuali 10,7 milioni di barili al giorno a 11 milioni ed è pronta a salire ancora – ‘se necessario’ – fino alla massima capacità di 12 mbg”. Una politica che piace a Mosca, ma non agli Stati Uniti.

 

 

E sulla futura collaborazione tra Arabia Saudita e Russia. Al Falih ha spiegato che i due Paesi contano di rafforzare la futura collaborazione, in particolare con un’alleanza fra Sibur, controllata da Novatek, e il gigante saudita Aramco. Lo stesso colosso saudita ha anche avanzato una proposta per investire in Arctic Lng 2. “Abbiamo espresso interesse, ora dobbiamo metterci d’accordo sui termini”, riferisce il ministro.

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