Quelle stesse strade che fino a due mesi fa attraversa scortato dal corte presidenziale, adesso Omar Al Bashir le vede dall’interno di un mezzo dell’esercito mentre viene trasferito dal carcere fino al tribunale di Khartoum. L’oramai ex presidente del Sudan nella giornata di domenica vede davanti a sé forse la materializzazione della fine del suo potere. E forse, prima ancora che la stessa udienza del processo che lo vede imputato per corruzione, ciò che ad Al Bashir crea un certo turbamento è proprio questo: assistere di persona alla sua trasformazione da leader indiscusso ad imputato di lusso.

Il processo contro Omar Al Bashir

Tutto parte lo scorso 11 aprile: mentre il nord Africa appare scosso dall’inizio della battaglia per la presa di Tripoli, a Khartoum in quel giovedì blindati dell’esercito e mezzi militari circondano il quartiere presidenziale. Dopo mesi di proteste, con manifestanti che in buona parte del Sudan chiedono prima l’abbassamento dei prezzi dei beni di prima necessità e poi un cambio in senso democratico in seno al governo, il culmine di quelle proteste lo si raggiunge con i militari che arrestano Omar Al Bashir. Presidente dal 1989, vede alla vigilia del trentesimo compleanno del suo governo cadere improvvisamente tutto il suo potere. Anche se, per la verità, inizialmente la sua prigione è il proprio lussuoso appartamento di Khartoum.

Forse per la necessità di mostrare ai manifestanti, rimasti nel frattempo ancora per le strade della capitale sudanese, di voler realmente cambiare il sistema di potere e non essere semplici “sostituti” di Al Bashir, dieci giorni dopo i militari portano in carcere l’ex presidente. Adesso, a distanza di due mesi, inizia il processo. La prima udienza è solo a favore di telecamera: per la prima volta infatti, Al Bashir è in pubblico come presidente detronizzato ed imputato. Appare in buona forma fisica, accenna più volte ad un ghigno prima di essere riportato in galera. Giusto il tempo di leggere i capi d’accusa ed il giudice rinvia tutto alle prossime settimane. L’ex leader deve rispondere dei miliardi di Dollari ritrovati in contanti all’interno della sua abitazione. Da qui le accuse di corruzione e riciclaggio.

La situazione a Khartoum

Ma nella capitale sudanese non si respira comunque un’aria distesa. Lo scorso 3 giugno un’azione attribuita all’esercito, porta alla morte di più di sessanta manifestanti durante lo sgombero di un presidio di protesta. I militari negano le accuse ed anzi il vice presidente del consiglio militare transitorio, il discusso generale soprannominato Hemeti, promette un’inchiesta ed annuncia la pena di morte per i responsabili. Le manifestazioni proseguono anche nel dopo Al Bashir per chiedere all’esercito di passare il potere ad un governo civile. Il dialogo tra militari e forze sociali, tra cui partiti di opposizione ed associazioni di professionisti, appare al momento interrotto.

Uno spiraglio in tal senso si apre solo a fine maggio, con l’individuazione di un percorso volto a portare il paese a nuove elezioni entro due anni tramite una gestione condivisa del potere. Ma le diatribe sui nomi e sulla composizione di nuovo governo e nuovo parlamento fanno naufragare il progetto. L’esercito dunque conserva il potere, anche se apre alla prospettiva di elezioni entro nove mesi. L’apparizione in pubblico come imputato di Al Bashir forse serve proprio a calmare gli animi, ma in Sudan il rischio di una destabilizzazione appare ancora molto forte.

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