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In Sudan non si placa la tensione e nelle ultime ore è accaduto praticamente di tutto: dalle proteste alle vittime della repressione ad opera delle forze dell’ordine, passando dalla definitiva rottura tra militari al potere e gruppi di opposizione. Infine, al culmine di un lunedì molto difficile per il grande paese africano, arriva l’annuncio da parte dell’esercito: elezioni entro nove mesi.

Le ultime proteste

Ma occorre, per meglio inquadrare la situazione, fare ordine e partire dalla mattina dell’11 aprile scorso: le foto che ritraggono mezzi militari nei pressi del palazzo presidenziale, annunciano l’inizio di un golpe contro il presidente Omar Al Bashir. Al potere dal 1989, la sua fine inizia alle prime luci dell’alba di quel giovedì mentre in Africa si è distratti soprattutto dalle notizie che arrivano da Tripoli, visto che la battaglia per la presa della capitale inizia appena una settimana prima. L’intervento dei militari avviene a seguito di numerose proteste iniziate già a dicembre: economia in affanno e rincaro dei prezzi dei beni di prima necessità fungono da detonatori di una situazione sociale e politica piuttosto instabile. Ma l’arrivo della giunta militare al potere, non attenua le tensioni. Al contrario, i gruppi dell’opposizione formati sia da partiti che da associazioni, in primis quella che raggruppano i professionisti, chiedono un immediato passaggio di consegne ad un governo formato da civili.

Circostanza negata dall’esercito, il quale però apre un dialogo con i manifestanti. Si arriva quindi ad un’intesa: si dà vita ad una transizione formata da un consiglio, un governo ed un parlamento provvisori, in grado di traghettare nel giro di due anni il Sudan alle elezioni. Ma le trattative sulla composizione di tali organi vanno a rilento e questo suscita ulteriori manifestazioni. Nelle ultime settimane poi, a Khartoum così come nelle altre città sudanesi, le proteste appaiono sempre più numerose e, contestualmente, aumenta anche la repressione da parte dell’esercito.

I numeri delle persone coinvolte, stando però a fonti non confermate, negli ultimi giorni specialmente sarebbe poi cresciuto a dismisura: Al Jazeera, in particolare, parla di 32 vittime tra i manifestanti. Cifra non verificata, è indubbio però che il tenore delle violenze appare purtroppo decisamente in crescita. Sulla questione relativa al Sudan, Germania e Gran Bretagna chiedono una seduta straordinaria al consiglio di sicurezza dell’Onu. 

Il nuovo annuncio dei militari

E intanto, dopo la sanguinosa giornata di lunedì, questo martedì inizia con un discorso alla nazione svolto in diretta tv da Abdel Fattah al-Burhan, capo della giunta militare installatasi al potere in Sudan a seguito del colpo di Stato di aprile contro Bashir. Punto saliente dell’intervento del generale, come riferiscono i media locali, è la rottura di tutti gli accordi precedentemente presi con l’opposizione. Stop dunque alla formazione di un governo condiviso tra militari e partiti, così come niente nuovo parlamento e consiglio provvisori. Si riparte, come annunciato da Al Burhan, da un nuovo governo interamente militare chiamato a gestire una transizione di nove mesi. Solo successivamente, senza passare per l’installazione di organi condivisi con i partiti e le associazioni, si potranno organizzare le elezioni.

Un annuncio, quello del capo della giunta militare, in cui anche se vengono annunciate le tanto volute consultazioni appare destinato ad alimentare ulteriore malcontento da parte dell’opposizione. Ed infatti le principali associazioni e le sigle in piazza in questi mesi, si mobilitano per nuovi scioperi e nuovi cortei in tutto il paese. Al Burhan, nel corso del suo discorso, prende comunque una netta posizione di condanna circa la violenza nella repressione di lunedì: l’esercito, come dichiara lo stesso leader del consiglio militare, si dissocia da quanto avvenuto e dagli episodi che hanno comportato la morte di diversi manifestanti. Il consiglio militare, si vocifera da ore a Khartoum, individua i responsabili delle vittime delle ultime ore in alcuni membri degli apparati di sicurezza vicini all’ex presidente Bashir. Di certo, la situazione in Sudan è tutt’altro che stabilizzata.

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