L’intelligenza artificiale non è solo spazio virtuale di contatto, strumento di smaterializzazione delle distanze e di espansione dei mercati a livello globale. Essa è anche campo di battaglia. Terreno di una competizione geopolitica riservata ai pesi massimi, a quei Paesi dotati degli strumenti strategici, finanziari, militari per duellare. Il mezzo, molto spesso confuso dai media come il fine, è il controllo o la conquista della massima influenza sui flussi informativi. Il fine, la supremazia. I dati, che si accumulano ogni giorno nell’infosfera, sono posta in palio, esercito di linea e mezzo di sfondamento.

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La guerra dell’intelligenza artificiale esiste da quando è in piedi Internet come strumento di comunicazione globale. Risulta una guerra non dichiarata, che ha l’intelligence come braccio di manovra principale. Di cui ogni tanto giunge in emersione la punta dell’iceberg, come nel caso Russiagate. Ma se Mosca, in questo contesto, combatte una battaglia sulla difensiva, senza reali ambizioni di dominio planetario, nella sfera cibernetica la sfida a tutto campo è tra i due pesi massimi geopolitici, Cina e Stati Uniti. Che nell’intelligenza artificiale hanno un ennesimo campo di confronto.

La “guerra senza limiti” e l’intelligenza artificiale

L’intelligenza artificiale si è, nei decenni scorsi, caratterizzata come fenomeno a trazione americana. Circa l’80% dei dati processati nel mondo è gestita dai colossi digitali statunitensi (Google, Amazon, Facebook, Apple e così via) nella cui ascesa è stato notevolmente coinvolto il governo federale, dapprima attraverso gli investimenti diretti per la ricerca e l’operato dei venture capital descritti da Marianna Mazzuccato ne “Lo Stato innovatore”, in seguito con la costituzione di un rapporto osmotico tra i giganti del web e le agenzie federali operanti nel campo dell’intelligence e della raccolta dati.

Internet, dunque, è fenomeno globale ma mantiene radici statunitensi. Per una potenza in rapida ascesa come la Cina, la conquista di uno spazio di rilevanza nell’intelligenza artificiale è presupposto fondamentale per l’ottenimento di un maggiore status globale.

Le tecnologie di frontiera rappresentano, inoltre, un campo in cui Pechino può permettersi di erodere la superiorità militare e informativa statunitense. Impossibilitata a sfidare la full spectrum dominance in molti dei settori convenzionali (armi nucleari, marina, aviazione) la Cina ha preparato la sfida agli Stati Uniti puntando su armi asimmetriche. Così come sui litorali vedono la luce le batterie di missili antinave capaci di fungere da deterrente alla flotta americana, nel campo dello spionaggio la Cina ha concentrato molti dei suoi sforzi nel tentativo di colmare il gap informatico con gli Stati Uniti. Applicando con successo il pensiero strategico elaborato dagli ufficiali Qiao Liang e Wang Xiangsui nel loro fondamentale saggio “Guerra senza limiti”.

Come la Cina punta a colmare il vuoto

Come scrive La Stampa, “Gli Stati Uniti sono in vantaggio su algoritmi e computer, ma già sui dati i cinesi rimontano. Le grandi piattaforme americane […] sono gelose nel condividere dati con lo Stato o tra loro, mentre Xi impone ai brand cinesi, Alibaba, Baidu, iFlytek, Tencent, di collaborare uniti al Piano Intelligenza Artificiale, nello speciale «Gruppo Nazionale». Setacciando la mole dei dati, il partito vara un programma di controllo sociale che non ha uguali nella storia (un ladro riconosciuto tra la folla di uno stadio da un algoritmo), e ogni cittadino riceve un «punteggio» dai software che ne certificano, volta a volta, dissensi e fedeltà”.

Il risveglio informatico della Cina è anche coinciso con un massiccio sforzo finanziario per favorire le connessioni di frontiera, l’Internet of Things e l’interoperatività dei diversi strumenti tecnologici. La grande sfida per la costruzione delle maggiori reti 5G nel mondo, da molti esperti ritenuta la principale causa scatenante della sfida dei dazi con gli Stati Uniti di Trump, si intreccia al tema dell’intelligenza artificiale. Chi costruirà le reti migliori, ne dominerà i flussi. E chi ne dominerà i flussi avrà una posizione di rilevanza nell’intelligenza artificiale di domani.

Come scrive Forbes“Xi Jinping ha fissato in 150 miliardi di dollari l’obiettivo di spesa per conseguire la supremazia globale nell’intelligenza artificiale entro il 2030”. E non è affatto un mistero il fatto che la Cina si trovi ai vertici per la capacità di integrare le tecnologie straniere importate sul suo territorio per i propri fini. “Le compagnie Usa lavorano con la dittatura cinese, ma snobbano la nostra democrazia, pur imperfetta, e i militari”, ha detto l’ex Ministro della Difesa di Obama, Ashton Carter.

La sfida di “Made in China 2025” per l’intelligenza artificiale

Nel tentativo di rendere il più resiliente possibile il suo apparato politico-economico per la sfida sull’intelligenza artificiale la Cina ha dedicato al campo della tecnologia di frontiera il colossale piano di trasformazione industriale “Made in China 2025“. Sarà proprio con questo piano che si genereranno buona parte degli investimenti promessi da Xi Jinping.

Attraverso “Made in China 2025” l’Impero di Mezzo, scrive il South China Morning Post, si ripropone di “innalzare nella catena del valore le imprese nazionali, in settori come la robotica, l’aerospaziale, i veicoli innovativi, i nuovi materiali, rimpiazzando le importazioni con prodotti locali e costruendo campioni nazionali capaci di sfidare i giganti occidentali nelle tecnologie di frontiera”.

“Made in China 2025” è un piano industriale all’altezza della “Nuova Via della Seta” con cui la Cina plasma la sua via alla globalizzazione, ma anche dei suoi ambiziosi traguardi nell’intelligenza artificiale. Campo di una sfida, nemmeno troppo latente, con Washington a cui la Cina si prepara indirizzando lo sforzo di tutti i suoi maggiori apparati. Perché la “guerra senza limiti” nell’intelligenza artificiale non si dichiara. La si combatte nel momento stesso in cui si decide di entrare in campo per il controllo dei dati.

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