La scelta di disputare la Supercoppa italiana in Arabia Saudita non poteva non essere foriera di discussioni. E nonostante i media occidentali abbiano dipinto il principe Mohammed bin Salman come l’uomo che avrebbe cambiato il Paese, è del tutto evidente che le previsioni sono state quantomeno eccessivamente rosee. Il principe, invischiato nel brutale assassinio di Jamal Khashoggi, rimane l’erede al trono di un regno dove l’islam radicale è legge. E giocare una partita di calcio in uno Stato wahabita non poteva essere come giocare in Europa, in America o in Estremo Oriente.

L’Arabia Saudita si conosce. E quindi, chi oggi si infuria sull’ipotesi di dividere uomini e donne nello stadio di Gedda, o non è stato attento in questi anni, oppure si è dimenticato che la monarchia wahabita non è certamente un Paese per donne. Anzi, Riad rappresenta forse la capitale della discriminazione femminile. E proprio per questo ha sempre fatto riflettere il fatto che sia stata scelta per il comitato dei diritti dell’uomo delle Nazioni Unite. Scelte politiche, sicuramente. Ma scelte che si possono definire non solo ipocrite ma anche del tutto fuori luogo.

A ricordarlo, è stato l’indice delle pari opportunità del 2017 realizzato dal World economic forum, dove l’Arabia Saudita è 138esima su 144. E di certo il poter assistere alle partite allo stadio insieme agli uomini è l’ultimo dei problemi di una donna saudita. Le donne non possono ottenere un passaporto o viaggiare all’estero senza il permesso di un uomo. Una donna non può divorziare né può decidere di sposarsi liberamente senza che un uomo le dia il suo placet. Le donne sono obbligate a vestirsi come prescritto dalle leggi più radicali dell’islam, con una totale copertura del corpo. E gli ambienti che possono frequentare sono sempre diversi rispetto a quelli per il pubblico maschile.

Chi protesta per questa condizione delle donne, viene arrestato. Sono molti gli attivisti detenuti per aver criticato le leggi saudite. E le donne che provano a manifestare il loro dissenso vengono nella migliore delle ipotesi fermate dalla polizia. Ma non serve protestare per finire in carcere: basta ricordare il caso di un egiziano arrestato a settembre per aver fatto colazione con una donna in un luogo pubblico.

C’è chi ha ha ritenuto che Vision 2030 teorizzato da bin Salman fosse uno strumento utile per far entrare definitivamente l’Arabia Saudita nel novero dei Paesi in cui essere donna non è un problema. Ma è stata una lettura superficiale. Quella del principe saudita è stata una grandiosa mossa propagandistica dove i media hanno fatto da cassa di risonanza. L’Arabia Saudita è un’altra cosa. E non è certo un progetto di un erede al trono violento e istintivo a poterla cambiare. Ci vorrà tempo. E forse non basterà neanche quello.

Resta ovviamente da chiedersi come sia possibile che una Federazione impegnata costantemente nella lotta alle discriminazioni razziali e sessuali possa scegliere proprio il regno wahabita come luogo in cui disputare la Supercoppa. Certo, gli interessi economici esistono. ed è inutile negarlo. Sono gli stessi interessi che hanno contribuito a far assegnare al Qatar i mondiali 2022.

Ma l’Italia non poteva non sapere delle discriminazioni che vedono coinvolte le donne saudite. E a prescindere dalla possibilità o meno di farle assister liberamente alla partita a Gedda, la domanda è un’altra: era proprio necessario scegliere il regno wahabita? Per una volta, anche tutto l’arco costituzionale italiano, da sinistra a destra, si ritrova unito, da Matteo Salvini a Laura Boldrini. Le perplessità sono molte: troppe.

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