Per Taiwan si è concluso un fine settimana di fuoco. Tra elezioni amministrative locali e referendum su temi caldissimi, l’ultima tornata elettorale nel Paese ha regalato importanti spunti di riflessione. I cittadini taiwanesi si sono espressi su materie delicate come il matrimonio gay, questioni ambientali e di politica interna. I risultati avvicinano – almeno idealmente – l’isola alla Cina, anche se il futuro è ancora tutto da scrivere.

Cosa si è votato?

Intanto bisogna spiegare su cosa erano chiamati a esprimersi i cittadini di Taiwan. Da una parte c’era il rinnovamento degli amministratori locali a livello di villaggio, città, contee e grandi agglomerati urbani. Dall’altra, i 19 milioni di taiwanesi dovevano rispondere a dieci quesiti referendari.

Elezioni locali: il “termometro” cinese

Qui la contesa era principalmente fra i due principali partiti della nazione: il Kuomintang, Partito Nazionalista di Cina all’opposizione, e il Partito Progressista Democratico attualmente al governo. La loro differenza si gioca principalmente sul tipo di rapporto concepito tra Taiwan e la Cina. I nazionalisti sono aperti a un compromesso con la “Cina continentale”, e vedono di buon grado un avvicinamento verso Pechino. I democratici, al contrario, considerano il governo cinese un’entità straniera che minaccia l’indipendenza del Paese. Il risultato ha premiato il Kuomintang, che sui 22 incarichi in discussione ne ha conquistati 15 lasciandone appena 6 ai progressisti.

La disfatta dei democratici

Il Partito Progressista Democratico ha subito una disfatta. Su 13 contee e città in ballo, ben 7 sono finite nelle mani del Kuomintang, considerato filo-Pechino. Il crollo dei democratici ha spinto il presidente e capo di stato Tsai Ing-wen a dimettersi dal vertice del partito. La signora, a questo punto, è in ballo anche per quanto riguarda le prossime elezioni presidenziali. Il crollo dei democratici porta con sé due certezze. La prima: il voto ha strizzato l’occhio al governo di Pechino e alle sue aspirazioni di riunificazione dell’isola. La seconda certezza è che, con le elezioni politiche del 2020 dietro l’angolo, ha visto il netto indebolimento della fazione anti-Pechino. Il fronte indipendentista è allo sbando e in caduta libera.

La reazione della Cina

Pechino, attraverso una dichiarazione ufficiale dell’Ufficio per gli affari politici di Taiwan in Cina, si è detta soddisfatta della vittoria del Kuomintang. “I risultati riflettono la forte volontà e speranza del pubblico di Taiwan di continuare a condividere i benefici dello sviluppo pacifico delle relazioni attraverso lo Stretto di Taiwan, e il forte desiderio di migliorare l’economia dell’isola e il benessere delle persone”.

I dieci referendum

C’è poi da analizzare la parte relativa ai quesiti referendari. Tra i risultati ha prevalso lo stop allo sfruttamento dell’energia a carbone (76,41%) e il mantenimento delle importazioni di derrate alimentari prodotte a Fukushima e distretti limitrofi (77,74%). Ha poi prevalso l’abrogazione dell’articolo 95 riguardante in sostanza l’abolizione delle centrali nucleari nel paese (59,49%). Per quanto riguarda i diritti della comunità Lgbt, è stata respinta la legalizzazione dei matrimoni tra persone dello stesso sesso, prospettiva auspicata soltanto dal 30,92% dei votanti. Il 69,46% ha inoltre accettato la proposta di definire, nel Codice Civile, il matrimonio come l’unione tra uomo e donna. Niente da fare anche per l’inserimento all’interno delle scuole di programmi sull’importanza dell’eguaglianza di genere ed educazione sessuale. Solo il 32% dei votanti ha detto sì. C’era poi da decidere la denominazione del paese per i Giochi Olimpici di Tokyo 2020: Taiwan o Cina Taipei? Con il 52,29% ha prevalso quest’ultimo, ovvero quello attuale.

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