Donald Trump vuole ritirarsi dalla Siria. Il Pentagono lo frena. Gli alleati regionali ed europei, idem: con Israele e Arabia Saudita in testa che hanno chiesto a Washington di non fare follie. Nel frattempo, bombarda Damasco e Homs sfruttando il presunto attacco chimico di Douma. Probabilmente un messaggio politico ben più profondo della reale portata dell’attacco.

Quello che si profila in Siria è un rebus dalla difficile risoluzione. Gli Stati Uniti, ormai è chiaro, hanno un presidente non in linea con le alte gerarchie militari. Detto questo, è anche vero che se ne circonda da mesi, il che fa pensare che il Pentagono abbia un’influenza preponderante su The Donald anche se lui sembra essere convinto di altre idee. Ma la strategia americana resta effettivamente un intricato complesso di pesi e contrappesi da cui vanno estrapolate sia la retorica da Twitter di Trump, sia le idee più belliciste. E una volta passata al setaccio, è possibile rintracciare alcune linee guida del prossimo futuro.

Intanto, quello che è certo, è che Trump vuole ritirarsi ma non lo farà in tempi brevi. Il Pentagono ha già chiesto tempo e l’ha ottenuto. Non si tratta semplicemente di prendere e spostare più di 2mila uomini e i mezzi a disposizione. Ma si tratta soprattutto di modificare una strategia pluriennale evitando l’abbandono del terreno. Da qui l’idea, come sottolineato da Guido Olimpio per Il Corriere della Sera, di una missione a tempo, possibilmente di sei mesi. Un’opzione probabilmente modulabile a seconda delle esigenze.

Il fatto è che gli Stati Uniti hanno creato un sistema per cui è impossibile ritirarsi senza creare ulteriore caos. Sono allo stesso tempo causa e soluzione del problema. E, e senza di loro, la Siria, già martoriata da una guerra orrenda, rischia di ritrovarsi nuove forze straniere nel suo territorio. In questo modo, Damasco e dintorni sarebbero ancora per molto tempo un laboratorio di guerra mondiale. Il frutto più triste di una conflittualità ormai perenne e globale, dove si scontrano blocchi e Stati. E approfondendo proprio questo aspetto, quello della Siria come terreno di scontro di guerre ulteriori, è inutile negare che Washington non potrà andarsene. O se lo farà, realizzerà il ritiro solo garantendo che quel blocco composto dagli alleati sia garantito nella sua integrità.

La notizia di una possibile coalizione araba composta da Paesi del Golfo e finanziata da questi ultimi per intervenire in Siria sostituendo i militari Usa, rientra in questa logica. Se infatti la Siria si sta trasformando sempre di più nel terreno di scontro fra Israele e Iran, è chiaro che gli Stati Uniti, prima di ritirarsi, dovranno garantire che Israele e le monarchie del Golfo siano tutelate dalla possibile estensione dell’influenza iraniana. John Bolton, appena nominato consigliere per la sicurezza nazionale, non ha mai negato di avere come obiettivo quello di rompere l’asse sciita da Teheran al Libano.

Ma c’è un grande punto interrogativo: il valore di questa forza araba. Visto come i sauditi si stanno comportando in Yemen, risulta difficile credere che il Pentagono si fidi di Mohammed bin Salman e delle sue forze armate. Non va poi dimenticato che i sauditi, freschi di esercitazioni militari congiunte con gli Usa, hanno una schiera di mercenari al loro servizio. Data la popolazione molto ridotta, un territorio vastissimo e una guerra in corso, l’uso dei cosiddetti contractors sembra fondamentale. E del resto lo stesso esercito americano ne fa ampio suo, specie attraverso Academi (la ex Blackwater), di cui il fondatore Erik Prince è uno stretto collaboratore di Trump. 

Se gli Stati Uniti vogliono interrompere l’asse sciita in Medio Oriente, garantire Israele e continuare a limitare la presenza russa in Siria, non potranno fidarsi esclusivamente di una coalizione araba. Forse dei loro soldi, ma di sicuro non dei loro servizi militari. La missione a tempo, forse, può far comprendere ai vertici militari Usa come poter far coincidere la volontà del presidente Trump con gli ostacoli sul terreno. Oppure, opzione possibile, potrebbe far convincere Trump a desistere: del resto non sarebbe la prima volta. 

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