Da amici, a quasi amici a possibili nemici. I rapporti tra Italia e Cina sono passati da un estremo all’altro nel giro di pochi mesi, dalla più totale simbiosi dello scorso marzo, quando Xi Jinping in persona fu ospitato a Roma per firmare un Memorandum d’intesa sulla Nuova Via della Seta con il governo italiano, alla spaccatura di ieri, causata da una videoconferenza dell’attivista di Hong Kong, Joshua Wong al Senato. E così l’ambasciata cinese italiana ha puntato il dito contro i “politici italiani che hanno fatto la videoconferenza con lui” accusandoli di aver tenuto “un comportamento irresponsabile”. Loro, i politici italiani, hanno risposto piccati perché – dicono – minacce del genere sono inaccettabili. In mezzo a quest’ultimo evento organizzato da un gruppo di parlamentari, ricordiamo altri due momenti che hanno alimentato tensioni tra le parti: la visita di Matteo Salvini alla Casa Bianca (più in generale il tentativo della Lega di riportare l’Italia nell’alveo dell’atlantismo) e la doppia visita di Beppe Grillo all’ambasciata cinese di Roma.

Salvini, già dai tempi del primo governo Conte, si è sempre mostrato diffidente di fronte all’apertura cinese perpetuata dal Movimento 5 Stelle, e non ha mai nascosto il suo disappunto di fronte all’eventualità di una nostra eccessiva vicinanza al gigante asiatico. E ora, il doppio incontro tra Grillo e il massimo diplomatico cinese in Italia, Li Junhua, ha provocato la dura reazione della politica italiana, preoccupata dagli oscuri motivi che hanno spinto il guru del Movimento 5 Stelle a varcare la soglia dell’ambasciata cinese con una certa insistenza in così poco tempo. Certo, la vicenda in sé non racconta niente di strano: un ambasciatore straniero ha incontrato una personalità di rilievo – e Grillo, piaccia o meno, rientra nella categoria – del Paese del quale è ospite. Eppure nessuno sa di cosa abbiano parlato i due: affari, economia, politica?

Ma la domanda da porsi è un’altra: c’era davvero bisogno di spingersi fino a questo punto?

Gli errori della politica italiana

Non potendo rispondere con assoluta certezza a domande simili, appare giustificata la reazione degli altri partiti, che accusano il Movimento 5 Stelle di trasformare l’Italia in uno zerbino per la Cina. Eppure sarebbe un errore madornale rompere con la Cina a causa di un mix tra inesperienza, ignoranza e incapacità. Inesperienza dei grillini: agire come ha fatto Grillo presta il fianco a critiche più che legittime. Anche nel caso in cui i pentastellati dovessero lavorare per accordi convenientissimi per l’Italia. Ignoranza e incapacità: molti politici italiani restano terrorizzati non appena sentono parlare di Cina, convinti che il Dragone sia solo e soltanto un totalitarismo versione 2.0 pronto a ingoiarsi il mondo. Da qui l’idea di troncare ogni legame con Pechino per continuare a dipendere esclusivamente dallo storico alleato americano, anziché posizionarsi a metà strada per tutelare i propri interessi.

La Cina è in realtà un attore molto più complesso di quanto non possa apparire: ha abbandonato il comunismo che siamo abituati a immaginare e offre opportunità economiche uniche. Il fatto è che bisogna dimostrarsi in grado di coglierle al volo queste opportunità, senza dare l’impressione a Pechino di pendere dalle sue labbra e senza attaccare il gigante asiatico con epiteti che denotano mancanza di conoscenza storica e geopolitica. In altre parole, bisogna prendere “esempio” dalla Francia di Emmanuel Macron, che senza firmare alcun Memorandum d’intesa ha portato a casa accordi miliardari.

2020: un anno cruciale

Il 2020 sarà un anno chiave per i rapporti tra Italia e Cina. Non solo perché si celebreranno i 50 anni dall’inizio delle relazioni diplomatiche tra Roma e Pechino, ma anche perché il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, effettuerà una visita oltre Muraglia e, soprattutto, dovrebbero sbloccarsi alcuni accordi commerciali dal valore di centinaia di milioni di euro. Qualche settimana fa, dal China International Import Expo di Shanghai, il ministro degli Esteri Luigi Di Maio spiegò la situazione sottolineando un aspetto importante: “Abbiamo chiuso accordi che erano fermi da tempo, penso all’agro-alimentare, e abbiamo messo mano a nuovi accordi che saranno chiusi tra la fine del 2019 e l’inizio del 2020 per esportare nuovi prodotti. Quello delle carni bovine vale circa 300 milioni di euro; quello del riso diverse decine di milioni di euro per i nostri produttori”.

Questi sono i frutti del Memorandum d’intesa che, pur irrisori al cospetto degli affari francesi, l’Italia dovrà saper cogliere al meglio in attesa di nuovi accordi, magari più consistenti e che includano l’intera politica italiana e non solo un partito. In ogni caso, in ballo c’è anche una possibile alleanza tra Italia e Cina nelle aree del Mediterraneo e dell’Africa, visto che il governo cinese pare intenzionato a cooperare anche con il nostro Paese. Insomma, c’è tanta carne al fuoco. Ma attenzione: stiamo facendo bruciare la pietanza.

 

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