La diffusione della notizia che Nancy Pelosi, presidente della Camera dei Rappresentanti del Congresso statunitense, si recherà in visita a Taipei il mese prossimo, ha esacerbato le tensioni nell’area dello Stretto di Taiwan.

La Cina ha aspramente condannato questa possibilità sia attraverso il portavoce del ministero degli Esteri, Zhao Lijiang, sia per voce di Tan Kefei, suo omologo al ministero della Difesa. Il primo ha riferito che la visita avrebbe come risultato quello di minare “gravemente la sovranità e l’integrità territoriale della Cina” e comporterebbe “un grave impatto sulle fondamenta delle relazioni tra Cina e Usa”. “Se gli Stati Uniti dovessero insistere per imboccare la strada sbagliata” continua Lijiang “la Cina adotterà misure decise e forti per salvaguardare la propria sovranità e integrità territoriale”. Kefei ha rincarato la dose aggiungendo che se la presidente Pelosi dovesse visitare Taiwan, violerebbe gravemente il principio di “una sola Cina” e le clausole delle tre dichiarazioni congiunte Cina-Stati Uniti, portando a un’ulteriore escalation delle tensioni nello Stretto.

A Washington è quindi bastato ventilare l’ipotesi della visita di un alto rappresentante del Congresso per scatenare un’ondata di tensione che non si limita solo a Pechino, ma abbraccia tutta la regione intorno a Taiwan: sull’isola, infatti, proprio a causa delle dichiarazioni cinesi, ci si sta preparando per il peggio, mentre in Giappone si pensa che il confronto bellico tra Stati Uniti e Cina sia ormai “solo questione di tempo”.

A Taipei, infatti, si è dato il via a una serie di esercitazioni della difesa civile definite “di routine”, ma la cui tempistica arriva – forse non casualmente – proprio in concomitanza con le rinnovate minacce cinesi; a Tokyo, invece, analisti locali riferiscono che le azioni aggressive delle forze armate di Pechino sono cresciute negli ultimi anni in seguito al procedere spedito del loro programma di rinnovamento e modernizzazione, ma se sino a qualche tempo fa si poteva pensare che tale agire fosse lontano dal poter innescare un’escalation – in forza del principio secondo cui la Cina non conduce attività che, prese singolarmente, possano determinare un casus belli –, ora si crede che Pechino potrebbe intraprendere un cambiamento di questa politica, cercando di rispondere con più forza a quelle che vede come minacce alla sua sicurezza nazionale e alla sua sovranità da parte degli Stati Uniti e di altri.

Sullo sfondo di questa situazione è in arrivo il congresso autunnale del Partito Comunista Cinese (PCC) che si prevede garantirà a Xi Jinping un terzo mandato al timone del Paese: un evento senza precedenti per la storia della Repubblica Popolare, come lo è stato l’accentramento del potere con Xi che dal 2018 mantiene le cariche di presidente, capo delle Forze Armate e del Partito.

Gli esperti concordano sul fatto che sebbene il presidente cinese cercherà di evitare qualsiasi intoppo sulla via del congresso del PCC, probabilmente risponderebbe con forza in caso di crisi. La reazione cinese alla visita del presidente Pelosi sarebbe quindi diversa e più forte rispetto a quando altri funzionari statunitensi hanno visitato l’isola, inclusa una possibile intercettazione del suo aereo o una dimostrazione di forza aerea su Taiwan, che richiederebbero una risposta ancora più forte di Washington.

In questa vicenda quello che è davvero degno di nota a testimonianza della serietà della situazione è il parere dello stesso Pentagono, che sostanzialmente concorda con la possibilità che questa volta la reazione cinese potrebbe essere particolarmente aggressiva e sostiene che la visita “non sia una buona idea in questo momento”.

Dipartimento della Difesa e Pechino si trovano quindi straordinariamente d’accordo per una volta, e per capirne il perché occorre cercare di guardare la situazione dal punto di vista cinese. Per Pechino, Washington ha gradualmente “spostato i paletti” su Taiwan verso il sostegno esplicito all’indipendenza di Taipei: una linea rossa per il Politburo. Del resto è stato lo stesso presidente Xi a ribadire più volte che l’isola dovrà essere ricondotta “in seno alla madrepatria” in un modo o nell’altro e la visita di un importante politico statunitense non farebbe altro che lasciar intendere a Pechino che Washington intende esporsi per l’indipendenza di Taiwan.

A luglio del 2021 il capo di Stato cinese aveva palesemente affermato di di volersi impegnare per completare la riunificazione con l’isola, promettendo di “distruggere” qualsiasi tentativo di indipendenza formale. “Risolvere la questione di Taiwan e realizzare la completa riunificazione della madrepatria sono i compiti storici incrollabili del Partito Comunista Cinese e l’aspirazione comune di tutto il popolo cinese” si era spinto a dire Xi in un discorso in occasione del centesimo anniversario di fondazione del Partito.

La reazione cinese alla notizia della visita, che sembra essere scomposta a livello diplomatico, è causata sia da come Pechino legge tali azioni statunitensi sia per la stessa natura ambigua della politica di Washington verso la questione taiwanese. La Cina vede quanto accade negli Stati Uniti con le proprie lenti, forgiate dalla propria storia e dal proprio sistema politico, e la visita della terza carica dello Stato a Taiwan viene percepita come un riconoscimento ufficiale della sovranità dell’isola. La posizione di Washington invece è determinata dal suo aderire alla politica “una sola Cina” stipulata nel 1972 come risultato del lavoro diplomatico dell’amministrazione Nixon, ma col riconoscimento ufficiale della Repubblica Popolare avvenuto nel 1979, il Congresso approvò anche il Taiwan Relations Act che manteneva le relazioni con Taipei, e successivamente, nel 1982, durante la presidenza di Ronald Reagan, la risoluzione denominata Six Assurances con la quale gli Stati Uniti non avrebbero riconosciuto formalmente la sovranità cinese su Taiwan.

Washington ha continuato a lanciare segnali ambigui a Pechino: durante le cerimonia di insediamento del presidente Joe Biden sono stati invitati ufficialmente i delegati taiwanesi (qualcosa che non accadeva dal 1979) mentre qualche mese dopo, a ottobre del 2021, la Casa Bianca ha affermato di aver concordato con Pechino di voler rispettare “l’accordo di Taiwan”, ovvero di volersi attenere alla linea “una sola Cina” e pertanto di non riconoscere ufficialmente Taiwan. Lo stesso sostegno militare statunitense a Taipei, che è continuato nonostante il cambio di amministrazione, viene letto dalla Cina come il modo di sostenere l’indipendenza dell’isola, seppur indirettamente.

Paradossalmente sono state proprio le maggiori azioni aggressive cinesi e la spinta verso la modernizzazione e ampliamento delle sue forze armate a scatenare questo meccanismo perverso: i sempre maggiori riferimenti all’annessione, anche con la forza, e le continue provocazioni di tipo militare, hanno spinto Taipei a cercare maggiore sostegno nel suo alleato statunitense.

Taiwan è tra le poche questioni che gode di un ampio sostegno bipartisan tra i parlamentari e all’interno dell’amministrazione Usa, con Biden che ha affermato all’inizio di quest’anno che gli Stati Uniti avrebbero difeso Taiwan se fosse stata attaccata, ma la possibile visita della presidente Pelosi ha creato una piccola frattura tra il Congresso e la Casa Bianca da una parte e il Pentagono dall’altra, con la stessa Pelosi che si è trovata a dover minimizzare le preoccupazioni di Pechino su un potenziale cambiamento nella politica degli Stati Uniti affermando che “nessuno di noi ha mai detto di essere per l’indipendenza quando si tratta di Taiwan” aggiungendo che “spetta a loro decidere”.

Come già accennato si è innescato da tempo un meccanismo per il quale ciascuno dei due contendenti agisce in funzione del cambiamento dello status quo provocato dall’altro, e la visita della Pelosi, per Pechino, sarebbe semplicemente inaccettabile e quindi si troverebbe costretta a rispondere “a tono”. Dall’altra parte, Washington corre il rischio di vedere intaccata la sua credibilità (e prestigio internazionale) con gli alleati nel Pacifico Occidentale se dovesse rinunciarvi, facendo crescere ulteriormente quei sentimenti di scarsa fiducia verso la reale volontà degli Stati Uniti di impegnarsi nell’area che erano emersi in concomitanza col precipitoso ritiro dall’Afghanistan lo scorso agosto. L’unica soluzione possibile sarebbe quella di rendere la visita non ufficiale, in modo da scongiurare la possibilità che la Cina legga il viaggio come un’affermazione di sovranità per Taiwan.

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