Nell’intreccio che unisce Cina, Stati Uniti e Germania c’è spazio anche l’Italia. E non poteva essere altrimenti, visto che il nostro Paese è il primo membro del G7 ad aver firmato con il Dragone, o meglio con il presidente Xi Jinping in persona, un Memorandum d’intesa per entrare a far parte della Nuova Via della Seta. Al di là dei dubbi sui possibili vantaggi commerciali e le paure per gli eventuali svantaggi economici, Roma deve capire cosa vuol fare da grande. Il governo gialloverde, lo stesso che nella scorsa primavera si è esposto così tanto per spostare l’asse diplomatico italiano verso Pechino, ha nel frattempo cambiato colore e forma: è diventato giallorosso e la componente verde incarnata da Matteo Salvini è ora all’opposizione. Senza il contrappeso incarnato dal leader leghista, non certo entusiasta di sacrificare i legami italo-americani per abbracciare la Cina, ci si dovrebbe aspettare un Luigi Di Maio lanciato in picchiata verso nuovi accordi con il Dragone. Il Movimento 5 Stelle ha in effetti provato a riscaldare l’”asse della Seta”, anche se fin qui con scarsi risultati.

Italia ferma al palo

In ambito commerciale, molto meglio dell’Italia, come ha fatto notare Shen Haixiong, viceministro cinese della comunicazione nonché presidente di China Media Group, sta facendo la Germania. Che, è bene ricordarlo, non ha firmato accordi con nessuno ed è geopoliticamente libera di muoversi come meglio crede. Sia chiaro: l’Italia non ha alcun vincolo con Pechino. Ma quando uno Stato fa di tutto (anche arrivare al punto di compromettere i rapporti diplomatici con gli Stati Uniti) per partecipare, nelle vesti di protagonista, a un progetto come la Nuova Via della Seta, ci si aspetta che quello stesso Paese sfrutti al meglio la chance che si è creato. Cosa che l’Italia, almeno fino a questo momento, non ha ancora fatto. L’analisi fatta dal signor Haixiong a Tgcom24 è emblematica: “Il mercato cinese ha grandi potenzialità per i prodotti di alta gamma italiani, ma temo che l’Italia ottenga per ultima i profitti economici. Ho visto che la Germania sta vendendo molto bene in Cina le sue automobili, il caffè, il cioccolato e addirittura il vino, settori di cui l’Italia sarebbe leader. Per cui dico brava alla Merkel”. Il messaggio è chiaro: l’Italia deve darsi una mossa o rischia di vanificare i suoi sforzi. E arrivati a questo punto, indipendentemente dal considerare l’adesione alla Bri una minaccia o meno, sarebbe un grave errore farsi beffare da Berlino.

La Grande Coalizione si spacca sul 5G

A sentire Haixiong, la Germania è riuscita a ingranare meglio dell’Italia nel mercato cinese. Eppure il governo tedesco deve fare i conti con una grana non da poco riguardante il 5G. Sembrava che Huawei avesse la strada spianata per la costruzione in terra teutonica della rete di ultima generazione ma, dopo mesi di pressioni esterne da parte degli Stati Uniti, adesso il colosso di Shenzen deve fare i conti con l’instabile situazione politica interna tedesca. La Grande Coalizione, un tempo guidata da Angela Merkel, ha diseredato la linea della cancelliera ed è pronta a riscrivere le regole del gioco. Una proposta di legge dei parlamentari Cdu (cioè il partito della stessa Merkel) ed Spd (socialdemocratici) punta a escludere il gruppo cinese dal mercato tedesco. Più nel dettaglio, la proposta prevede un divieto di partecipazione alla costruzione della rete 5G a carico di “fornitori non degni di fiducia”.

La scelta di Berlino

La Germania si trova in un incrocio pericolosissimo: da una parte Berlino sa bene che la Cina è il suo primo partner commerciale, con 200 miliardi di euro annui di interscambio, ma sa anche che l’abbraccio del Dragone comprometterebbe l’alleanza con gli Stati Uniti. L’immenso mercato cinese, infatti, è una manna dal cielo per produttori auto tedeschi come Bmw, Volkswagen e Daimler (il 5% di quest’ultimo è nelle mani del gruppo statale cinese Baic). A fare da contorno a uno scenario apocalittico ci sono poi le dichiarazioni dell’ambasciatore cinese a Berlino, Wu Ken: “La Cina non starà a guardare. Potremmo forse anche noi, un giorno, dire che le auto tedesche non sono più sicure poiché possiamo produrle da soli? No, perché si tratterebbe di puro protezionismo”. Wu ha poi ricordato che un quarto dei 28 milioni di veicoli venduti in Cina lo scorso anno è uscito dalle fabbriche tedesche. Se questa non è una minaccia è – mettiamola così – un avvertimento esplicito.

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