Usurpare il primato globale degli Stati Uniti con una strategia silenziosa quanto letale: il generale americano Robert Spalding fa luce su quello che, secondo la sua esperienza, sarebbe l’obiettivo numero uno della Cina. In una lunga intervista a Breitbart, Spalding espone i capisaldi di un ragionamento originale quanto verosimile, che mette insieme le contingenze economiche a focolai militari che rappresentano per Washington minacce perenni. Un mix esplosivo e irreversibile, sul quale la Cina starebbe basando la propria ascesa.

Un sistema economico penalizzante

La tesi di Spalding, attualmente senior fellow presso l’Hudson Institute, parte con un assunto chiave. La struttura economica globale prima dell’avvento di Trump, e quindi dei dazi, avvantaggiava la crescita della Cina danneggiando al contempo l’economia degli Stati Uniti. Il Dragone, grazie a bassi salari e costi di produzione ridotti, ha accolto le filiere industriali che fino a pochi decenni fa costituivano l’ossatura statunitense. Il risultato è che Washington ha perso molte aziende chiave, i cui prodotti sono stati sostituiti sul mercato da beni analoghi però Made in China. Anno dopo anno i cinesi hanno smesso di produrre merce di basso livello per dedicarsi all’industria tecnologica, investendo in questo e altri settori strategici il ricavo dell’exploit figlio del miracolo asiatico.

Dazi e partner locali

I dazi di Trump tentano di rompere la catena per bilanciare le economie dei due Paesi. Senza tariffe sulle importazioni cinesi, gli Stati Uniti avrebbero rischiato, a lungo andare, la bancarotta. Questo perché in passato nessun Presidente aveva mai affrontato in modo deciso il pericolo l’ombra cinese, preferendo concentrare tutta l’attenzione su varie competizioni regionali: l’Iran in Medio Oriente, la Corea del Nord in Asia, la Russia in Europa, la stessa Cina a livello globale. Cosa unisce le citate minacce regionali agli interessi di sicurezza americani? Secondo Spalding, la Cina. “Ognuno di questi problemi regionali – ha spiegato il generale – è legato al problema principale, che è e resta la Cina”.

Evitare la bancarotta

Se alcuni hanno visto delle analogie fra il periodo attuale e la Guerra Fredda, è vero anche che oggi c’è una differenza fondamentale rispetto all’epoca; gli Stati Uniti hanno affrontato e vinto contro l’Unione Sovietica, un avversario che non era realmente un concorrente economico come invece lo è adesso la Cina. I cinesi, con molta pazienza, attingerebbero alla loro grande economia per supportare le varie sfide locali in cui sono inguaiati gli Stati Uniti. Non solo: per Spalding la Cina è impegnata in una “guerra economica contro gli Usa sostenendo i concorrenti americani in Asia e Medio Oriente”. E qui entra in gioco lo spauracchio della bancarotta, perché per evitare di incorrere in sconfitte strategiche Washington necessita di mantenere alta la spesa per la difesa, ma così facendo le casse della Casa Bianca finiranno presto per svuotarsi, decretando Pechino vincitore della guerra economica.

Washington torna a investire nell’economia interna

L’unico modo per sfuggire da questa trappola è una: gli Stati Uniti dovrebbero chiedere e pretendere maggiore condivisione di responsabilità con i partner locali, i quali dovranno contribuire per le spese militari. Nel caso specifico statunitense, Washington chiamerebbe in causa l’Arabia Saudita in chiave anti Iran, Corea del Sud e Giappone per contrastare in Asia rispettivamente Corea del Nord e Cina, e una parte dell’Europa per limitare il soft power russo. La capacità economica degli Stati Uniti deve collegarsi nuovamente alla capacità militare, perché i due ambiti non possono essere separati. “Noi negli ultimi 30 anni – conclude Spalding – non abbiamo più investito in infrastrutture, istruzione, ricerca e sviluppo. I soldi destinati a questi settori sono stati portati via da guerre senza fine. Dobbiamo tornare a concentrarci sulla crescita economica e non spendere più tutti i soldi per le armi”.

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