Il peso della storia, le diffidenze tra due culture dalla radice millenaria, l’economia e la geopolitica dell’Asia orientale sembrano congiurare per divaricare il solco che separa, attualmente, Corea del Sud e Giappone. Tradizionalmente considerate in maniera congiunta nel contesto dell’architettura strategica regionale a causa del comune legame con gli Stati Uniti e di una volontà classificatoria che punta a creare presunti “fronti” tra la Cina da un lato e i Paesi a governo democratico dall’altro. Illusorio tentativo di cancellare i sedimenti di una storia che non è mai, veramente, passata.

Basti pensare al caso della Corea del Sud e del Giappone, i cui rapporti diplomatici, normalizzati nel 1965, sono oggi messi a repentaglio da una rivalità sempre più palese. A dare il là all’attuale fase declinante è stata, nell’ottobre scorso, la decisione della Corte Suprema di Seul di accettare la possibilità di denunce alle grandi imprese giapponese da parte dei cittadini sudcoreani trattenuti in condizione di lavoro forzato durante la fase dell’occupazione nipponica terminata nel 1945.

Un altro terreno di confronto, segnala The Diplomat“è il tema dello sfruttamento da parte dell’esercito giapponese di schiave sessuali coreane, eufemisticamente definite ‘donne di conforto’. Il Presidente Moon Jae-in ha deciso di non rinnovare l’accordo del 2015 con il Giappone che stabiliva una risoluzione congiunta su un tema tanto scottante”.

Il braccio di ferro tra Corea del Sud e Giappone

La crescente rilevanza strategica della Corea del Sud e il desiderio del Presidente Moon Jae-in di una più spiccata autonomia in campo economico e politico hanno cozzato con le crescenti ambizioni regionali del Giappone, governato dall’attivissimo Shinzo Abe, che ha fatto del rilancio della classica identità politica nipponica un cavallo di battaglia. E così, la visione a tutto campo di due leader tanto attenti alle lezioni della storia non potevano non scordarsi. Perché nella genetica della nazione coreana vi è l’indelebile ricordo del colonialismo novecentesco giapponese, vissuto come un periodo umiliante, mentre proprio per la contestualizzazione storica della fase imperiale di Tokyo passa la nuova via di Abe.

Yang Uk, analista esperto di politica coreana, ha dichiarato a Asia Times che tanto Moon quanto Abe sono consci dei dividendi politici garantiti dal rinfocolamento delle contrapposizioni tra Corea e Giappone sul fronte interno. E, al tempo stesso, le iniziative di una delle due parti influenza, tanto sul profilo interno quanto in campo geopolitico, le mosse della controparte.

Pechino e Pyongyang dividono Seul e Tokyo

Basti pensare all’ira di Abe per la cauta e saggia strategia diplomatica condotta da Moon nei confronti della Corea del Nord. Per Tokyo, Pyongyang è il “nemico perfetto” che serve ad Abe per giustificare il progetto di revisione della costituzione pacifista del Giappone.

O al tentativo giapponese di mettere i bastoni tra le ruote al compromesso venutosi a formare tra Pechino e Seul, portando avanti una distensione parallela con la Cina che smorzi il tono di radicale contrapposizione venutosi a creare negli anni scorsi e, al tempo stesso, rallenti la temuta integrazione della Corea del Sud (e, in prospettiva, della monarchia Juche del Nord) nella “Nuova Via della Seta“.

Il confronto si fa militare

Il confronto tra Tokyo e Seul sta avendo anche una proiezione nelle provocazioni militari reciproche che vanno in scena nel tratto di mare in cui le forze di Corea del Sud e Giappone vengono in contatto. A dicembre, scrive il Japan Times, “il ministero della Difesa nipponico ha annunciato che un cacciatorpediniere sudcoreano ha seguito con il suo radar un aereo di pattugliamento delle Forze d’Autodifesa giapponesi”, e di conseguenza la Corea del Sud ha reagito dichiarando che l’altitudine a cui volava l’apparecchio nipponico era considerata troppo bassa per non far apparire il gesto una vera e propria provocazione.

I dubbi di Washington sulla tenuta dell’alleanza con Giappone e Corea

Il contesto problematico delle relazioni nippo-coreane mette a dura prova l’architettura securitaria statunitense in Estremo Oriente. L’assenza di un trattato d’alleanza formale che leghi Washington e le due potenze asiatiche è un inconveniente di grande rilevanza per le mosse strategiche e per gli obiettivi di un avanzamento della linea di contenimento della Cina al Pacifico occidentale. Attualmente, a legare Seul e Tokyo assieme è solo un patto di consultazione in materia di intelligence, che del resto raramente è supportato da iniziative comune ai più alti livelli decisionali e subisce continui attacchi da parte dei legislatori di Seul. Tutto questo mentre tra Moon e l’amministrazione Trump è in corso un braccio di ferro sul costo del mantenimento delle forze americane stanziate in Corea del Sud.

Tra Moon e Abe continua il grande gelo: il dialogo bilaterale, attualmente, è tenuto aperto dai Ministri degli Esteri, Taro Koro in rappresentanza di Tokyo e Kang Kyung-wha come esponente di Seul. Il loro ultimo incontro risale al 23 gennaio e, nonostante il mantenimento di una correttezza formale ineccepibile, non ha portato a reali miglioramenti sul piano concreto. L’auspicio comune di Karo e Kang è che i due Paesi “continuino la comunicazione bilaterale”, una formula vaga per ricordare al mondo come Seul e Tokyo siano sul punto di rottura. E che il mantenimento stesso di un canale di comunicazione sia, al momento, da salutare come una vera e propria conquista.

Dacci ancora un minuto del tuo tempo!

Se l’articolo che hai appena letto ti è piaciuto, domandati: se non l’avessi letto qui, avrei potuto leggerlo altrove? Se non ci fosse InsideOver, quante guerre dimenticate dai media rimarrebbero tali? Quante riflessioni sul mondo che ti circonda non potresti fare? Lavoriamo tutti i giorni per fornirti reportage e approfondimenti di qualità in maniera totalmente gratuita. Ma il tipo di giornalismo che facciamo è tutt’altro che “a buon mercato”. Se pensi che valga la pena di incoraggiarci e sostenerci, fallo ora.