Occorre andare indietro almeno al novembre del 2014 per rendersi conto del perché la risoluzione del “caso Regeni”, a più di due mesi dalla sua scomparsa, non sia una questione semplice, né tantomeno una che al Cairo viene affrontata con la necessaria trasparenza. Era il 24 di quel mese e il presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi era in procinto di sbarcare in Italia, con un codazzo di imprenditori al seguito, in quello che era il suo primo viaggio europeo ufficiale da che i militari, a luglio del 2013, avevano rovesciato Muhammad Mursi, dando il via a una dura repressione della Fratellanza musulmana e di Giustizia e libertà, partito islamista ad essa legato che aveva conquistato il favore delle urne nelle prime elezioni dopo la “Primavera egiziana”. Quella visita ufficiale in Italia (e in Francia) era un segnale, in un panorama internazionale che ancora guardava con diffidenza al generale del Cairo, delle intenzioni nei confronti dell’Egitto dei Paesi del Sud europeo, mossi da interessi economici e strategici. Roma e Parigi stavano dicendo con una certa chiarezza di essere disposte, fino a un certo punto, a sorvolare sui tasti dolenti nella relazione con il regime, in nome del pragmatismo e di interessi in comune, in primis la lotta al terrorismo, ma pure l’intricato scenario libico. Dal dicembre del 2014, in Egitto qualcosa è cambiato. In peggio. Nel mirino delle autorità sono finiti in misura crescente non soltanto gli islamisti, nel frattempo messi al bando, ma qualsiasi forma di dissenso organizzato, dai gruppi più sinistrorsi alle Ong, alla stampa indipendente. “In dieci anni di lavoro nel campo dei diritti umani in Egitto – scriveva a gennaio di quest’anno Mohamed Lofty, direttore della Commissione egiziana per i diritti e le libertà (Ecrf) – non ho mai lavorato in un clima tanto pericoloso”. Il Paese in cui l’Italia inviava, a fine gennaio, una delegazione di imprenditori al seguito del ministro dello Sviluppo economico, Federica Guidi, in cui l’Eni annunciava “una scoperta di gas di rilevanza mondiale nell’offshore egiziano” è lo stesso in cui una crescente paranoia nei confronti degli stranieri e l’allerta per il temuto anniversario della Rivoluzione del 2011 ha portato a un’ondata di arresti preventivi in cui, questa pare al momento l’ipotesi più probabile, sarebbe finito coinvolto anche Giulio Regeni. Italiano, 28 anni, studente a Cambridge e impegnato in una serie di ricerche sul sindacato egiziano e sul ruolo che lo stesso ha avuto negli ultimi cinque anni. L’Egitto del 2016 è un Paese in cui poco rimane delle speranze inizialmente accese dai moti del 2011, che cacciarono Hosni Mubarak. È piuttosto un Paese che si trova a fare i conti con un indotto turistico azzerato dalla minaccia del terrorismo, che qui ha colpito più volte, nonostante le promesse delle autorità e lo sbandierato impegno nel Sinai. È un Paese da cui nessuno si attende un’assunzione di responsabilità per la morte e le torture subite da un giovane italiano. In cui le mille ipotesi investigative emerse fino a oggi sulla stampa egiziana, trapelate dai corridoi della procura di Giza, hanno il profilo netto di un tentativo di depistaggio. Questo nonostante chi meglio conosce carceri e metodi degli egiziani non fatichi a credere che dietro l’uccisione di Giulio Regeni ci sia infine lo Stato: squadracce in borghese o servizi che siano. Tanto che a stupire, al diffondersi della notizia che il 28enne era stato ritrovato senza vita – e lo scrisse bene sul Guardian Yasmin El-Rifae – non furono i segni della tortura sul suo corpo, ma che potesse capitare persino a lui: uno straniero, un occidentale. Ciò che è tuttavia necessario pretendere, a dispetto degli interessi in gioco, è che il governo non ceda alla tentazione dell’acquiescenza nei confronti di un regime che, se tanto comodo fa alle cancellerie occidentali, alla disperata ricerca di alleati “solidi” nella regione mediorientale, perdura tuttavia nell’agire nel totale disconoscimento dei diritti dei cittadini: suoi e degli altri Paesi. Il 5 aprile gli inquirenti egiziani vedranno i colleghi italiani. Ci si aspetta che con sé portino tutto quel materiale che finora, del giorno in cui Giulio Regeni è sparito, non è stato mostrato. E se dal governo sono arrivate ancora ieri rassicurazioni sull’intenzione dell’Italia di andare fino in fondo, a oggi le risposte che arrivano dal Cairo sono tutto tranne che soddisfacenti e le pressioni italiane forse insufficienti. Alle promesse del generale egiziano, alle rassicurazioni delle istituzioni a Roma, si somma la voce di chi vorrebbe un segnale forte se non altro diplomatico e chiede alla Farnesina di andare oltre quel teorico “se non ci sarà collaborazione, trarremo le conseguenze” affidato dal ministro Paolo Gentiloni alle pagine del Corriere della Sera. Pur nella consapevolezza che all’alleato Sisi l’Italia non è disposta a rinunciare. “Sul suo volto si è riversato tutto il male del mondo”, ha detto al Senato la madre di Giulio Regeni, raccontando lo strazio di dover riconoscere il corpo di un figlio a cui solo il naso è stato risparmiato, unico particolare del suo sembiante che ancora potesse fare dire: “È lui”. È difficile credere che dall’Egitto possa arrivare, oggi o in futuro, una risposta chiara, un braccio alzato a dire: “La colpa è mia”. Ma smettere di fare domande non è un atteggiamento che possiamo permetterci.

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