Un palasport gremito, con tanto di striscioni e bandiere. In palio una finale del torneo nazionale di basket, match talmente sentito da richiamare nella struttura anche il primo ministro in tribuna. All’esterno, in un bar, tifosi di due squadre diverse commentano e guardano la partita in tv. Sembra la descrizione di un comune evento sportivo in una città europea, oppure americana. In realtà tutto questo arriva da Tripoli. L’Al Ahli, storica società tripolina impegnata con tante squadre in diverse discipline, vince la finale di basket ed i giocatori vengono portati in trionfo dai tifosi. A premiare anche il primo ministro Al Serraj. Immagini e scatti di vita quotidiana, da una Tripoli che sembra sorprendere ed appare lontana da una guerra che dal 2011 non abbandona la Libia. 

L’importanza dello sport per i libici 

“Una volta a Tripoli ho indossato una maglietta dell’Al Ahli e, poche ore dopo, girando per la città diversi tifosi hanno iniziato a fermarmi. Si è diffusa talmente tanto la voce, che il giorno dopo il presidente della squadra mi ha voluto invitare nel centro d’allenamento”. A raccontare questo episodio è Vanessa Tomassini, che da alcuni anni segue la guerra libica e che conosce molto bene Tripoli. È proprio lei, in un suo recente articolo, a parlare dell’Al Ahli, la cui sezione calcistica è quella più famosa. Società fondata nel 1950, a volte durante l’era di Gheddafi viene confusa come la squadra del rais per via delle magliette biancoverdi, simili alla bandiera della jamahiriya. In realtà l’ex leader libico fino al 2011 possiede l’Al-Ittihad, club rivale dell’Al Ahli. Quando si incontrano allo stadio 11 giugno, le due squadre danno vita ad uno dei derby africani più sentiti. Ottantamila spettatori tingono lo stadio per metà biancoverde e per metà biancorosso, i colori dell’Al-Ittihad. 

“In Libia fanno ancora il campionato, nonostante la guerra – specifica ai nostri microfoni Vanessa Tomassini – Anzi, il calcio aiuta i libici a distrarsi un po’. Qui il tifo è davvero sentito. Oramai per ragioni di sicurezza le partite più importanti si giocano a Tunisi, ma i tifosi riempiono gli stadi anche lì”. Pochi giorni fa la nazionale libica batte quella della Seychelles in un match di qualificazione per la Coppa d’Africa 2019. I bar di Tripoli per novanta minuti trasmettono soltanto la partita, durante la sfida le tensioni derivanti dalle sparatorie vicino l’aeroporto o dalle ultime novità politiche vanno in soffitta. Si esulta per i gol, si ordina da bere per festeggiare la vittoria, ci si chiude in casa anche un po’ oltre rispetto l’orario consuetudinario. Una partita di calcio, in poche parole, qui vuol dire riappropriarsi di una quotidianità più leggera rispetto a quella prodotta dalla pesantezza di avere come costante spettro un conflitto ancora irrisolto. 

strip_occhi_articolo_libia

“Si seguono tanti sport – continua Vanessa Tomassini nel suo racconto – Ci sono anche i comitati paralimpici e vengono fatte gare per disabili in molte discipline. Ma ovviamente è il calcio ad andare per la maggiore. Quando sono stata al centro dell’Al Ahli molti ragazzi mi hanno detto che il loro sogno è vedere giocare la loro squadra contro un grande club italiano.” Del resto già al tempo del rais il rapporto con il calcio italiano è servito, allora, per uscire dall’isolamento internazionale. Nel 2002 lo stadio 11 giugno ospita la finale di supercoppa italiana Juventus – Parma, vinta dai bianconeri sulle cui maglie spicca lo sponsor della libica Tamoil. Per Tripoli, intesa sia come sede del governo libico che come popolazione, quell’occasione è un modo per tornare ad ospitare eventi internazionali. Pochi anni dopo Saadi Gheddafi, terzogenito di Muhammar, gioca in Italia con Perugia, Sampdoria ed Udinese. Lascia poca traccia a livello sportivo, ma molta invece sotto il profilo mediatico e politico. Il calcio quindi, proprio come all’inizio degli anni 2000, viene visto dai libici come occasione di riscatto. E davanti ad una partita si ritorna alla vita di tutti i giorni, nella speranza di rivedere a breve un altro importane evento sportivo nella propria capitale. 

La vita a Tripoli

Lo sport riesce a dare uno spaccato di quotidianità della più importante città libica. Non c’è uno Stato, si fatica a definire governo quello che attualmente è riconosciuto come tale dalle Nazioni Unite, mancano molti servizi, ma la vita a Tripoli continua. “Non solo lo sport – conferma Vanessa Tomassini – La quotidianità comprende anche elementi che si riscontrano in ogni città del mondo. I bar sono aperti, è possibile mangiare dell’ottimo pesce fresco in alcuni locali vicino il lungomare, così come si possono trovare marchi importanti nei negozi. La vita va avanti, pur tra mille difficoltà”. Lo scrive anche Semprini su La Stampa in un recente articolo dalla capitale libica. Il cuore della città vecchia di Tripoli è affollato, si fa la spesa, ma la Medina è invasa anche da carriole al cui interno si trasportano Dinari. 

 La Libia è fondamentale per la sicurezza dell’Italia. 
Vogliamo raccontare ciò che sta succedendo. Scopri come sostenerci

Il mercato nero dei soldi, svolto a cielo aperto, è forse quello più frequentato ed anche dopo le recenti riforme economiche la tendenza non sembra diminuire. Gli spostamenti non sono semplici, così come la sicurezza in mano alle milizie non garantisce sempre tranquillità. Ma, assicurano da Tripoli, rispetto agli scorsi anni la situazione un po’ sembra migliorare. C’è voglia di vivere, anche se lo spettro di armi e razzi è sempre dietro l’angolo e le tensioni a volte prendono per intero le preoccupazioni dei tripolini. Non è facile, ma si prova in qualche modo a ripartire. E magari anche a concedersi qualche sogno, come quello dei ragazzi che sperano di vedere l’Al Ahli giocare contro una squadra italiana. 

Dacci ancora un minuto del tuo tempo!

Se l’articolo che hai appena letto ti è piaciuto, domandati: se non l’avessi letto qui, avrei potuto leggerlo altrove? Se non ci fosse InsideOver, quante guerre dimenticate dai media rimarrebbero tali? Quante riflessioni sul mondo che ti circonda non potresti fare? Lavoriamo tutti i giorni per fornirti reportage e approfondimenti di qualità in maniera totalmente gratuita. Ma il tipo di giornalismo che facciamo è tutt’altro che “a buon mercato”. Se pensi che valga la pena di incoraggiarci e sostenerci, fallo ora.