L’accordo sul Brexit è entrato in una fase di stallo e la prospettiva di un’uscita senza un’intesa finale si fa sempre più concreta.

Le trattative sono a un “punto morto”

Lo scorso week end il responsabile Brexit per l’Unione europea, Michel Barnier, aveva già anticipato come la situazione dei negoziati stesse prendendo una brutta piega. Le trattative sono giunte a un “punto morto”, ha detto Barnier. Questo blocco in fase di negoziati è dovuto sia alle divisioni interne al partito conservatore britannico, come sottolineato puntigliosamente da vari media, ma anche dalla posizione di ostilità assunta dalla controparte europea. In ballo c’è infatti sia la libera circolazione delle persone da e verso la Gran Bretagna oltre al mantenimento dell’area di mercato unico tra Europa e Regno Unito.

Due questioni che Downing Street vorrebbe trattare in maniera separata, mentre Michel Barnier e Bruxelles non sono intenzionati a giungere a un compromesso. Così la prospettiva di un’eventuale fallimento delle trattative sta diventando realtà e la stessa Theresa May ha dichiarato che “un non accordo è comunque meglio di un cattivo accordo”.

Blocco commerciale in caso di mancato accordo

D’altra parte c’è chi invece ha già tracciato scenari disastrosi e tragici nel caso in cui Londra non riesca a raggiungere un’intesa con Bruxelles entro il marzo del 2019. Bloomberg, voce autorevole del mondo finanziario occidentale, ha da sempre una posizione molto critica verso la procedura del Brexit. Fin dal periodo precedente al Referendum il portale d’informazione finanziaria ha sempre posto particolare enfasi sulle possibili derive economiche del processo di uscita del Regno Unito dall’Ue.

Anche oggi l’analisi è sempre in quella direzione. In caso di “non accordo il Regno Unito sarà l’unico perdente. Nessun accordo significherebbe tariffe sui beni dove ora non ci sono”, sostiene l’editorialista di Bloomberg. Sarà vero? Come molto spesso è accaduto in passato anche ora apposite fake news economiche vengono create ad hoc per spaventare gli investitori.

In realtà sarà l’Europa a perderci di più

Sappiamo infatti che i Paesi Ue esportano verso la Gran Bretagna dieci volte di più di quello che Londra esporta sotto la Manica. Cosa significa? I beni Ue esportati a Londra e sottoposti a futuri dazi rappresenteranno una perdita secca per gli Stati europei, non per la Gran Bretagna. L’esatto opposto di quanto scritto su Bloomberg. Le previsioni catastrofiche non finiscono qui.

Niente più Ryanair e prezzi aumentati 

Sempre su Bloomberg si cerca di dare al lettore un’idea, molto discutibile, su quelli che saranno cambiamenti epocali per la vita di tutti i giorni se la trattativa dovesse fallire. Innanzitutto viene riportata l’ormai datata minaccia di Ryanair di cancellare i suoi voli che comprendessero partenze, arrivi o scali nel Regno Unito. Una dichiarazione avventata fatta in un periodo di fortuna economica per l’azienda di Dublino, come sottolineava il The Guardian.

La recente crisi di Ryanair con l’esodo in massa dei piloti verso altre compagnie farà sicuramente assumere al CEO dell’azienda un atteggiamento più prudente, prima di rinunciare ai profitti generati dai voli da e verso la Gran Bretagna. D’altra parte infatti un’altra compagnia low cost, Easyjet, è già all’opera per rendere certa e possibile l’attivazione di tutti voli a prescindere dall’esito della trattativa. È poi il cibo il secondo campanello d’allarme lanciato, qualora non vi fosse accordo tra Londra e Bruxelles.

Si stima che i prezzi degli alimenti importati (il Regno Unito importa circa la metà del suo cibo), aumenteranno del 22% in seguito all’imposizione di tariffe. Inflazione, con l’incubo di andare a far la spesa con il carrello pieno di sterline.

Londra si può aprire ai mercati emergenti

Bloomberg dimentica però che il Regno Unito, fuori dall’Ue, ha la possibilità di siglare accordi bilaterali con tutti gli altri Paesi del mondo. Se l’esportatore di fiducia non c’è più, basta cambiarlo. Così Londra si sta già muovendo verso oriente, nella strada che porta a Pechino e al suo progetto “One Belt, One Road”. Stesso discorso vale per il settore manifatturiero, della ristorazione e delle tecnologie. Il mercato internazionale offre valide alternative a Londra, con la possibilità di avere accesso anche a prezzi più convenienti.

L’unico punto interrogativo di questa vicenda riguarda l’eventuale abbassamento degli standard, sanitari e lavorativi in particolare. Una questione su cui tuttavia Bloomberg non si sofferma. L’eventuale avvicinamento di Londra ai mercati orientali da una parte e americani dall’altra, per sopperire al fallimento del Brexit, può portare al livellamento dell’economia britannica “verso il basso”. Per esempio Londra uscirebbe fuori dalla giurisdizione dell’Agenzia europea dei Farmaci, rischiando così di entrare in mercati medici non regolamentati, più attenti al profitto che alla salute dei cittadini.

Un discorso che si può trasferire anche nel settore alimentare, per cui prodotti americani, già accusati di non rispettare gli standard fito sanitari europei, potrebbero invadere gli scaffali del Regno Unito.

Non c’è ancora certezza sull’esito della trattativa

In conclusione si può ragionevolmente pensare che la trattativa sul Brexit attualmente si trova in una fase complicata, forse la più difficile. Tuttavia, checché ne dicano alcuni osservatori, i danni economici di un eventuale fallimento ricadrebbero maggiormente sulla parte europea, in quanto superiore nelle esportazioni verso Londra. Un fattore che alla lunga potrebbe portare Bruxelles ad abbassare le richieste in fase di negoziato e giungere al tanto atteso accordo. In caso contrario non vi sarà nessuna catastrofe, nessun blocco aereo o navale. Londra si aprirà verso altri mercati per sostituire l’Europa, con un occhio di riguardo per la salute fisica e sociale dei suoi cittadini.

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