La corsa di Donald Trump si conclude vittoriosamente: il candidato del Partito Repubblicano, alla prova decisiva dell’elezione presidenziale, ha coronato la sua campagna iniziata oltre un anno fa sconfiggendo Hillary Clinton e garantendosi così l’accesso alla Casa Bianca. Trump ha ottenuto un successo da molti ritenuto impronosticabile, conquistando la Casa Bianca al termine di una campagna estenuante, tesissima e aspramente combattuta e dopo un voto di portata storica da cui si possono trarre alcune importantissime considerazioni.In primo luogo, la vittoria del tycoon newyorkese è stata il frutto di una sostanziale maggiore capacità di organizzazione della propria base di consenso rispetto a Hillary Clinton: Trump ha saputo far breccia nella celebre “America profonda”, riuscendo ad amalgamare un blocco sociale a lui favorevole attraverso la conquista del voto della middle class delusa dagli otto anni dell’esperienza di Obama. Come raccontano i risultati del voto, essa ha sostenuto Trump trasversalmente: nel momento in cui scriviamo, il computo del voto popolare è grossomodo equilibrato, in quanto tanto Clinton quanto Trump hanno sinora raccolto 58 milioni di voti, ma bisogna tenere conto che la candidata democratica ha saputo ricucire lo strappo con l’avversario repubblicano in termini di suffragi generali solo grazie all’incidenza favorevole delle vittorie nette in California e nello Stato di New York, tradizionali feudi democratici.Salta subito all’occhio, analizzando la mappa del voto, la grande macchia rossa che rappresenta gli Stati vinti dal Partito Repubblicano nel voto presidenziale dell’8 novembre, concentrati in una fascia delimitata dalle aree del New England e dell’Ovest, ove si sono arroccate le vittorie democratiche. Trump ha saputo far breccia negli swing states, facendo suoi i decisivi Florida, Ohio e Pennsylvania e ha inoltre assediato con successo importanti roccaforti democratiche come il Michigan e il Winsconsin. Ciò si può interpretare come il risultato di una maggiore comprensione dei desiderata dell’elettorato da parte del candidato repubblicano, che ha sicuramente saputo interpretare meglio della Clinton i sentimenti, i pensieri, gli obiettivi di un’America da cui la sua avversaria si è progressivamente distaccata mano a mano che, con un comportamento scostante e un approccio inefficace, perdeva sempre più il “polso” del paese. La Clinton ha pagato in primo luogo l’eccessiva sicurezza dovuta al sentimento di invulnerabilità che, in un primo momento, sembrava esserle stato garantito dal sostegno incondizionato di buona parte del sistema mediatico. New York Times in testa, numerose testate d’informazione del panorama statunitense si sono uniti alla Clinton nell’errore di valutazione delle capacità dialettiche dell’avversario e hanno contribuito al naufragio delle sue ambizioni di conquista della Casa Bianca incentivando a più riprese il versante “personale” dello scontro Clinton-Trump, esacerbando sterili polemiche e contribuendo a distanziare l’ex First Lady dai reali sentimenti del paese.L’ultimo giorno della campagna elettorale dei due aspiranti presidenti è stato emblematico e, analizzandolo, si può comprendere in tutta la sua estensione la grandezza dell’errore di valutazione compiuto dalla Clinton nello sviluppo della sua corsa presidenziale: alla parata di stelle, ai concerti di Madonna, Bon Jovi e Bruce Springsteen, la Clinton ha unito la presenza costante del marito Bill e del Presidente Obama al suo fianco, sottolineando una volta di più la sua presa di posizione interna a un élite sempre più distante dal ventre profondo dell’America. A tale ventre Donald Trump ha saputo rivolgersi in maniera efficace, concludendo in Stati chiave come il Michigan la sua campagna elettorale, rivolgendosi direttamente alla componente dell’elettorato rivelatasi decisiva alla prova dei fatti e, soprattutto, dimostrando un acume politico che gli va riconosciuto a pieno diritto. La sottovalutazione delle reali possibilità del candidato repubblicano, come detto, è stata una delle cause principali della débâcle della Clinton, e un’ulteriore considerazione va fatta riguardo la sostanziale autoreferenzialità dell’attuale vertice politico statunitense, arroccatosi assieme al mondo dell’alta finanza e ai rappresentanti del complesso militare-industriale in una “superclasse” isolata dal resto degli USA nel corso degli ultimi vent’anni. La vittoria di Trump, infatti, rappresenta anche la risposta da parte dei cittadini statunitensi allo scontento causato dalle difficoltà in cui il paese è stato coinvolto a seguito del fallimento di numerose delle azzardate politiche condotte dalle amministrazioni democratiche e repubblicane nell’ultimo ventennio: la deregulation sistematica dei mercati finanziari compiuta da Bill Clinton ha contribuito a scatenare la Grande Crisi del 2007-2008 da cui l’America ha conosciuto una ripresa macroeconomica che non ha avuto corrispettivi adeguati nel miglioramento delle condizioni di vita dei cittadini; le politiche scriteriate di George W. Bush in ambito internazionale hanno turbato il contesto geopolitico e causato numerose problematiche che fanno sentire ancora oggi i loro effetti; l’amministrazione Obama, presentatasi come la fase di decisiva rottura col passato, si è rivelata in realtà un periodo di inasprimento delle difficoltà, nel corso della quale il presidente afroamericano ha più volte stentato nel mantenimento del timone del paese.Il successo di Trump, di conseguenza, ha le sue premesse nella constatazione della perdita di credibilità delle tradizionali classi di potere, in un sentimento che non va definito antipolitico ma che sottende al suo interno il decadimento dell’influenza delle correnti dominanti negli ultimi decenni, prima fra tutte quella neoconservatrice, i cui esponenti non a caso erano passati armi e bagagli nello schieramento di Hillary Clinton. Trump ha vinto perché ha saputo constatare l’esistenza di un sentimento di disaffezione verso la politica tradizionale e, al tempo stesso, ha saputo porsi come fattore di discontinuità, elemento di rottura, dirompente dimostrazione di cambiamento: un paese lacerato da grandi divisioni, profonde disuguaglianze e notevoli fratture interne ha punito colei che ha ridotto la propria dialettica politica all’attestazione di una presunta “impresentabilità” dell’avversario.Il primo discorso di Trump da presidente eletto è stato focalizzato sull’invito all’unità: ora più che mai, dopo una campagna elettorale che ha spaccato gli Stati Uniti d’America, il paese si trova di fronte a grandi problematiche d’ordine sociale e a una generale insicurezza con cui la nuova amministrazione dovrà assolutamente fare i conti. Nella sua corsa alla Casa Bianca, Trump ha sferrato attacchi decisi contro i suoi oppositori, ha spezzato il frammentato fronte a lui opposto dalla tradizionale élite repubblicana e ha conquistato la Casa Bianca attraverso un consenso popolare generalizzato che ha ribaltato l’opposizione mossagli da buona parte dell’establishment dei due principali partiti statunitensi. La sua elezione pone anche le premesse per un ripensamento generalizzato della politica americana, che da oggi sicuramente non sarà più la stessa: la conquista della Casa Bianca da parte di un outsider come Trump, infatti, d’ora in avanti cambierà radicalmente il rapporto tra leader e partito, nonché il sistema con i quali i protagonisti della vita pubblica statunitense comunicheranno con l’elettorato negli anni a venire.

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