Tripoli non si fida. Dopo la visita di martedì di Luigi Di Maio nel Paese nordafricano, dalla capitale libica sono emerse molte indiscrezioni circa una certa freddezza nell’accogliere le proposte italiane fatte recapitare dal ministro degli Esteri. Il ritorno di Roma sulla scena libica non è malvisto dal governo con sede a Tripoli, anzi gli incontri di martedì vengono descritti come cordiali e “costruttivi”. Tuttavia, si ha una certa diffidenza nell’accettare ancora altri colloqui in cui peraltro Khalifa Haftar verrebbe visto come interlocutore.

Il perché della freddezza di Tripoli

La volontà del governo italiano è chiara: ci si è resi conto, e lo ha ammesso anche Luigi Di Maio nella conferenza stampa tenuta a Ciampino di rientro dalla Libia, che si è perso molto tempo. Ora dunque occorre recuperare. L’Italia peraltro, potrebbe essere il Paese in grado di trascinare nuovamente all’interno dello scacchiere libico l’intera Europa per via dei suoi storici contatti con i libici. C’è però un problema da non sottovalutare: l’impegno italiano è importante, ma è al momento attuato con gli stessi mezzi dello scorso anno, quando Al Sarraj ed Haftar si stringevano (seppur solo a favore di telecamera) la mano.

La visita di Di Maio ha ricalcato quella di Giuseppe Conte di quasi esattamente un anno fa: era il 22 dicembre 2018 quando il presidente del consiglio, all’epoca (sono passati 12 mesi ma per i tempi della politica italiana si tratta, per l’appunto, di altra epoca) guida del governo gialloverde, si è recato a Tripoli, Bengasi e Tobruck. In queste città, come Di Maio martedì, ha incontrato Al Sarraj, Haftar e Saleh. E lo scorso anno l’iniziativa di Conte ha rappresentato un gesto di continuità con quanto emerso, appena un mese prima, a Palermo e con la prospettiva di un percorso di pace.

Oggi il governo di Tripoli si considera in guerra e vede in Haftar un war lord da cui difendersi. Per cui le strette di mano con il generale della Cirenaica, attualmente, non sono nemmeno prese in considerazione. Ecco quindi che provare a tornare in scena adesso con le stesse modalità di 12 mesi fa, non viene visto di buon occhio dal governo libico. Ed ecco inoltre come mai oggi potrebbe essere definito tardivo il nuovo impegno italiano e, di riflesso, europeo: a Tripoli chiedono soltanto armi per difendersi da chi considerano aggressore. Ed il sostegno militare l’Italia, nonostante la presenza di soldati a Misurata, non lo può fornire. L’impressione è che adesso si è in un punto di non ritorno.

Difficile riaprire i tavoli

Sorrisi e strette di mano sono stati più sinceri e meno freddi nelle due tappe cirenaiche del ministro Di Maio. Qui Haftar si è presentato come uomo anti Erdogan, colui in grado di tagliare l’asse tra Tripoli ed Ankara instauratosi nei giorni scorsi e che appare lesivo anche per gli interessi italiani. Fayez Al Sarraj quel sostegno militare che non vede da nessun paese europeo lo ha trovato dalla Turchia, con il governo di Erdogan che più volte si è detto pronto a mandare in sostegno di Tripoli anche 5mila soldati. Per di più, il memorandum sottoscritto dal premier libico e dal presidente turco prevede un vero e proprio stravolgimento della mappa del Mediterraneo orientale. Da qui l’interesse di Haftar a presentarsi come possibile difensore dei nostri interessi.

Il generale forse potrebbe vedere di buon occhio una riapertura del processo politico in questa fase, non è un caso che uno dei suoi principali sponsor, ossia la Russia, tramite lo stesso presidente Putin ha fatto sapere di essere pronta alla conferenza di Berlino. Un appuntamento quest’ultimo che Germania, Italia e Francia vorrebbero propedeutico ad un’altra conferenza da tenere in Libia per arrivare ad una soluzione diplomatica e non militare. Ma qui si ritorna, come un cane che si morde la coda, al punto di partenza: in Libia non si fidano più. Soprattutto a Tripoli non vedono di buon occhio l’apertura di nuovi vertici e nuove conferenze.

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