Il tesoro dell’Adriatico è in uno scrigno che ancora deve essere aperto. I Paesi che si affacciano sul mare che divide l’Italia dalla penisola balcanica hanno avviato da tempo un’intensa ricerca di idrocarburi nei suoi fondali.

L’equilibrio dell’Adriatico

E l’Italia, insieme a Croazia e Grecia, non è esente da questa caccia che può assegnare un vero e proprio bottino fatto di gas e petrolio. E che può essere un elemento estremamente importante per il futuro degli Stati adriatici. Una corsa all’oro nero e blu che è impegnativa e che si gioca in un mare molto piccolo e, proprio per questo, le decisioni di uno Stato sullo sfruttamento delle risorse incidono notevolmente sulle capacità di poter primeggiare  nella sfida. Perché le doverose limitazioni allo sfruttamento delle risorse, necessarie in un’ottica di salvaguardia ambientale, hanno delle conseguenze notevoli sugli equilibri adriatici.

E queste conseguenze vanno valutate attentamente per evitare di perdere un vantaggio molto rilevante nell’Adriatico. Così come di colpire un’industria potenzialmente molto rilevante in un momento in cui il Pil appare in contrazione.

Il no alle trivelle e il caso Ravenna

Il simbolo di questa scelta e delle sue ricadute è dato dalle trivelle. Il “no” imposto dal Movimento 5 Stelle è parte da sempre del programma del partito. Ed era chiaro sin da subito che il governo composto da una maggioranza largamente pentastellata avrebbe avuto fra i suoi obiettivi quello di fermare le cosiddette trivellazioni. Una scelta dettata soprattutto da motivi di difesa e tutela dell’ambiente. E che soprattutto dopo l’ok al Tap e le incertezze sulla Tav è diventato l’ultimo baluardo del M5S di governo.

Il problema è che questo “no” rischia di avere un impatto estremamente rilevante. Sia in termini di occupazione, sia in termini di rapporti di forza nell’Adriatico. Sotto il primo punto di vista, non è un caso che in questi giorni Stefano Bonaccini, presidente della Regione Emilia-Romagna, abbia chiesto che l’off-shore di Ravenna sia fuori dalla sospensiva sulle trivelle. Dal Tavolo petrolchimico regionale, è stato chiesto che gli accordi territoriali già realizzati siano rispettati.

“Questi accordi sono il risultato di un processo di concertazione e partecipazione della popolazione che sta già portando efficacemente verso la sostenibilità, preoccupandosi al contempo dell’attività di de-commissioning, ovvero di riconversione dell’attività estrattiva. Proprio per questa ragione chiediamo che l’offshore di Ravenna sia fuori dalla sospensiva. Diversamente il Governo si prepari a gestire lo stato di crisi del settore e la perdita di migliaia di posti di lavoro qualificati”. 

Il regalo alla Croazia

Ma se per Ravenna e l’Emilia-Romagna (e quindi per tutto il Nord italia), il “no” equivale a posti di lavoro persi, per il Sud la questione è anche più complessa. Perché a essere persi non saranno solo i posti di lavoro, ma anche i proventi dell’estrazione di gas e petrolio che andranno direttamente alla Croazia e alla Grecia. Con il paradosso che l’Adriatico non solo non sarà tutelato a livello ambientale (è un mare piccolo e quindi non può essere solo l’Italia a incidere sul suo stato di salute) ma le sue ricchezze andranno direttamente a Zagabria e Atene.

Per quanto riguarda la Croazia, Il Corriere della Sera riporta l’esempio delle isole Pelagosa. Le isole, un tempo italiane, sono più vicine alla costa del Gargano meno delle Tremiti. “E adesso che Zagabria le considera un tesoro, – spiega il quotidiano -, i ‘no triv’ pugliesi, da Vieste, nonostante le proteste si ritroveranno le trivelle a vista d’occhio. Che regaleranno gas e petrolio ai croati”. Insomma, non solo l’Italia non potrà tutelare il suo mare perché a poche miglia sarà la Croazia a scegliere come sfruttare le acque e secondo la sua legislazione, ma vedrà anche sottrarre il possibile oro presente nei fondali adriatici.

Il governo diviso

Un’idea sostenuta anche da Vannia Gava, deputata della Lega e Sottosegretario all’Ambiente, che ha dichiarato: “Il punto è molto semplice: le autorizzazioni nazionali si limitano a permettere o impedire il posizionamento di stazioni di trivellazioni all’interno delle proprie acque territoriali. Ma poi, una volta installata una stazione di questo tipo, la ricerca dei giacimenti di petroli e di metano nel sottosuolo, è libera”.

“Il risultato è che, come ben sintetizza oggi Michelangelo Borrillo sul Corriere – spiega Gava -, ci sono trivelle posizionate in acque croate (e che quindi continuano ad essere presenti nel panorama e più in generale nell’ecosistema del mediterraneo) libere di cercare ed estrarre petrolio e metano mentre le aziende italiane devono stare ferme a guardare. Sul tema delle Trivelle, la posizione della Lega è sempre stata chiara: bisogna andare avanti: questo significa progettare il futuro senza dimenticare il presente. Ma significa anche evitare di farsi del male da soli, imponendosi vincoli esagerati che oltre a non produrre vantaggi ambientali, finiscono per danneggiare la nostra economia. Non vogliamo essere quelli del ‘non fare’ ma vogliamo essere invece quelli del ‘fare bene'”.

La divergenza all’interno dell’esecutivo è stata sottolineata anche dalla forzista Mara Carfagna: “Uno è no Tav, l’altro sì Tav. Uno difende Maduro, l’altro è contro i ‘regimi comunisti’, il primo è per fermare tutte le trivelle, l’altro le vuole. L’M5S annuncia il ritiro delle truppe dall’Afghanistan, la Lega denuncia i rischi di questo modo di fare. Domanda: su cosa vanno d’accordo, a parte l’aumento delle tasse e il perdere tempo?”.

Il regalo alla Grecia

Una beffa che si aggiunge anche a un’altra, più a Sud, e che riguarda i fondali tra Italia e Grecia vicino Santa Maria di Leuca, in Puglia. La sospensione delle attività perforative e di ricerca energetica, infatti, non solo va a colpire un settore che potrebbe essere fondamentale, se non trainante, per l’economia locale e per la manodopera qualificata. Ma rsichia anche di regalare alla Grecia fondali estremamente interessanti sotto il profilo della ricerca degli idrocarburi: in particolare del gas.

La moratoria sulle perforazioni infatti fa sì che il giacimento condiviso fra Italia e Grecia possa essere sfruttato solo da Atene. Perché mentre il governo di Alexis Tsipras non sta assolutamente fermando le ricerche a Ovest del Paese, l’Italia ha deciso di imporre la rivisitazione delle opere di ricerca. Così, mentre l’Italia non potrà impossessarsi del gas scoperto, lo potrà fare la Grecia.

Un rischio che ricorda da vicino quello accaduto con il contrasto al gasdotto Tap. Giusto tutelare l’ambiente: ma si rischia anche di perdere una posizione di vantaggio nel Mediterraneo che adesso l’Italia non può permettersi di non avere. Diventare hub dell’oro blu può essere fondamentale. Altrimenti sarà qualcun’altro a prendere il nostro posto.

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