Il summit di Singapore non è solo il vertice fra  Donald Trump e  Kim Jong-un, ma una summa della politica estera della nuova amministrazione americana. Non più alleati storici, non più un ordine internazionale precostituito, non più un nemico da abbattere. La  “dottrina Trump”, dopo più di un anno dall’arrivo alla Casa Bianca, comincia a prendere forma e lascia una strana sensazione di novità nel panorama politico internazionale.

Non c’è un’ideologia, c’è un semplice utilitarismo. La politica estera di Washington non risponde più all’ordine internazionale liberale, ma a una domanda di necessità. Cosa serve all’America? Cosa è più utile a Washington in questo momento? Dalla risposta a queste domande, si evince la politica di Trump.

La novità non è che uno Stato si muova allo scopo di servire i propri interessi. È sempre stata questa la bussola che orienta un governo (o almeno così dovrebbe essere). Ma quello che fa riflettere, in questo frangente, è l’assoluta facilità con cui Trump si mostri impaziente di finire con retaggi del passato. Come se il sistema nato nel Novecento, in buona parte grazie agli Stati Uniti, sia diventato inutile prima di tutto a Washington. E tanto vale, allora,  rompere gli schemi.

La  Corea del Nord faceva parte dell’asse del male? Ora non è più così. Se questa inimicizia costa, gli Stati Uniti preferiscono trovare un compromesso. E questo si declina anche con le alleanze: quelle che non danno frutti, per Trump conviene tagliarle. Il caso coreano è emblematico anche sotto questo aspetto. Pensiamo alle esercitazioni congiunte con la Corea del Sud e all’ipotesi di ridurre gradualmente il numero di truppe presenti nella penisola.

Fino a pochi anni fa, ma anche mesi, sembrava impossibile che gli Stati Uniti potessero decidere di ritrarsi dal fronte coreano. Seul ospita sul suo territorio circa 28mila uomini dell’esercito statunitense. E  il sistema Thaad costituiva il simbolo della volontà Usa di considerare la Corea del Sud  un avamposto strategico nel Pacifico. Contro la Corea del Nord, certo, ma soprattutto in un’ottica di controllo della Cina e della Russia sul loro fronte orientale.

Se l’utilitarismo domina la politica estera, il monito di Trump è molto più profondo e deve circolare per tutti gli alleati: gli Stati Uniti hanno cambiato atteggiamento. Quel sistema fondato su un’America leader del sistema occidentale cede il passo a un nuovo sistema, per certi versi rivoluzionario, in cui gli Stati Uniti possono cambiare nemici e amici a seconda della convenienza.

Un monito che riguarda in particolare l’Europa, come abbiamo constatato dopo il G-7 canadese. L’Unione europea non è più un blocco amico degli Stati Uniti. L’alleanza si sfalda sotto i colpi della guerra commerciale e con le scelte di rottura di Trump rispetto alla politica internazionale. L’ordine internazionale è mutevole. E la presidenza americana si orienta non sull’isolazionismo ma sull’individualismo. L’Europa, di fondo, non interessa più come alleata, ma come singoli Stati che possono essere partner come essere avversari.

Ed è un sistema che, in maniera diversa ma non del tutto dissimile, può trovare la sua declinazione in un’area anche molto più pericolosa come il Medio Oriente. Con la sua strategia di cambiamenti repentini, l’amministrazione Usa potrebbe anche rovesciare le carte. Non può rivoluzionare alleanze storiche (si pensi al caso di Israele) ma può effettivamente decidere di abbandonare qualcuno se questo qualcuno non fornisce garanzie o utilità effettive.

Un esempio potrebbe essere la Turchia: se non più utile come alleato all’interno della Nato, Washington potrebbe anche decidere per il ritiro da Incirlik e lasciare che Recep Tayyip Erdogan se la sbrighi da solo. Ma attenzione anche a quanto può accadere nel panorama arabo, dove più volte Trump ha manifestato la sua rabbia nei confronti delle monarchie del Golfo per l’assoluta opacità della loro politica.

Quando la Casa Bianca chiese a Riad di finanziare la campagna in Siria per non dover ritirare le truppe, non c’era solo una vuota minaccia: c’era un chiaro messaggio politico. Che si rifà a questo sistema creato da The Donald.

Naturalmente questa logica è un rischio, ma anche un’opportunità. C’è chi potrebbe decidere di sfruttare il momento per svincolarsi dai legami esistenti con Washington anteponendo un proprio nuovo interesse strategico. Ma c’è anche un’opportunità per i nemici storici di tornare a trattare, come l’Iran. Se lo ha fatto con Kim, Trump potrebbe anche farlo con Hassan Rohani. C’è chi dice che Trump abbia fatto questo vertice di Singapore per dirigere le sue attenzioni esclusivamente contro l’Iran. Può darsi, ma bisognerà capire quanto possa interessare una guerra.

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